LA FILOSOFIA POLITICA DI PLATONE
COME FILOSOFOFIA PRATICA
Le forme di governo, viste con un occhio contremporaneo, sono le costituzioni
che formano uno stato.
Parlando pero’ delle forme di governo in Platone questa definizione
smette di avere valori sotto vari aspetti. Innanzitutto non c’e’
paragone tra uno stato contemporaneo e una citta’-stato della
fine della democrazia di Atene. E’ dunque completamente senza
senso vedere la forma di governo in direzione puramente di teoria politica,
anche se in Platone la questione della forma di governo ideale per poco
non analizza soltanto l’utopia. E’questo perche’ oltre
la ²forma ideale² per il governo di Platone analizza anche
le forme di governo storiche, realizzate con un’analitica interessante
e comunque di valore teorico.
La categorizzazione che Platone presenta delle forme di governo, è
poco tradizionale. Basta pensare che l’aristocrazia e la monarchia
che si possono considerare forme tipiche nella teoria generale delle
di governo, in Platone fanno parte – e soltanto in senso quantitativo
si distinguono – della forma utopica ideale. Dunque per Platone
quando si parla della forma di governo si apre il campo di quattro costituzioni
delle quali le seconde due sono le forme corrotte delle prime due.
Si potrebbero allora schematizzare in tal modo le forme di governo nel
pensiero di Platone:
FORMA IDEALE
Aristocratica o Monarchica
(Senza possibilità di corruzione)
Che si corrompe in
TIMOCRAZIA OLIGARCHIA
Che si corrompe in
DEMOCRAZIA TIRANNIA
Questo schema senza poter essere definito riuscito, aiuta a concepire
la categorizzazione delle forme di governo in Platone, per cui in pratica
le forme di governo sono considerate in coppia e, secondo il periodo
storico, l’una sostituisce l’altra. La monarchia e l’aristocrazia
sono forme i governo che più si avvicinano alla forma ideale.
Anzi la forma ideale, anche se soltano “in cielo trova il suo
luogo di realizzazione”, soltanto in queste due forme potrebbe
essere in parte realizzata. In altre forme storiche, presentano dei
vizi e dele virtù. In fatto però che molte sono rivolte
ai desideri e alle voglie di uomini corrotti facilmente possono corrompersi
corrispettivamente in oligarchia e tirannia. E’ interessante qui
osservare la tendenza platonica a richiamare l’attuazione sui
valori per cui e’ portato a precisare che “nessuna delle
forme si governo esistite (storiche) è buona. L’unica forma
buona e’ quella ideale” [ 1 ]
Il pensiero di Platone, quindi, come coscienza delle forme di governbo,
come sollecitazione verso la forma di governo che più delle altre
difende i valori dell’uomo.
E’ stato detto prima che la forma di governo in Platone cambia
storicamente perchè si corrompe secondo i desideri degli uomini
condizionati da voglie e vizi vari. Perchiò si passa da una ad
un’altra forma di governo, perchè gli uomini invece di
rispettare il “giusto messo” nel compiere le azioni della
loro condotta, si lasciano andare agli eccessi.
Si legge in Platone, a tal proposito, nel grande capitolo in cui i desideri
sono confrontati ai sistemi politici che li affronta in proposito democratico:
“Come la città” (p???te?a) fu cambiata dopo l’auito
di un’alleanza esterna verso un partito politico concreto, che
assomiglia ad essa, cosi’ anche il giovane non cambia se non un
tipo di desideri esterni non l’aiutano, non gli impongono, è
un genere dei due che lui contiene in se stresso”. ( vede Repubblica
559 c)
Cosi’ un giovane, e più generalmente una persona, cittadino
della polis, e’esposto ad un insieme di pressioni esterne. E’
interessante notare qui una forte contraddizione: perchè l’uomo
non è libero di scegliere o classificare i desideri nati da influenze
esterne; in questo modo non c’è una persona buona a priori,
cioè di natura; essa, invece, diventa prodotto reale della situazione
e delle condizioni sociali. In questo modo piuttosto Platone cerca di
spiegarne il male della democrazia, che ha come virtù la libertà.
Egli dice che, siccome in democrazia la libertà è senza
limiti, essa è anche libertà per gli stranieri i quali
riversano su di essa la loro cattiva influenza; dunque il cittadino
trova nelle due nature, i due mondi interni, le assomiglianze con i
desideri altrui, come un partito si aiuta e si compromette molte volte
alle esigenze, i desideri, l’identità di un’alleanza
esterna perchè si impossessi del potere. Quindi il giovane purchè
si impossessi della forza, o della ricchezza (valori negaviti e esterni
alla psiche della persona, del giovane, del cittadino) diventa cattivo
a causa di fattori estranei alla sua natura. Ma in ogni modo questo
non sarebbe stato possibile se la democrazia non fosse stata come sistema
di organizzazione delle società troppo libertà: cioè
monarchico, privo di protezione interna e appunto per questo esposto
a pericoli non solo di tipo naturale - interno, ma anche di tipo esterno
e non prevedibili.
E’ facile da qui in poi arrivare a concludere che il corpo sociale
non è che il raggiungimento dei desideri individuali, presentati
come insieme, che quasi poco mancano tipi diversi per fomare l’oclocrazia
(????? + ???t??): termine molto usato da parte di Platone in riguardo
alla democrazia. Oclocrazia, in verità, è usato da Platone
in senso spregiativo, per indicare la democrazia del popolo che nelle
assemblee schiamazza invece di ragionare.[ 2]
.E continua , Platone : “Altre volte penso la sua (del cittadino,
del giovane) mentalità democratica ceda all’oligarchica
e altre dai suoi desideri democratici si sradichino, altri si mettano
in esilio, perchè qualche tipo di pudore è stato prodotto
nell’ anima del giovane ed è ritornato al suo ordine”[3.]
E poi al riguardo dell’utilità e la funzione dell’educazione
aggiunge: “Quando il padre non sa educare suo figlio, lo porta
alle stesse sue amicizie e in cime a questa promiscuitù nasce
una moltitudine di desideri infinita in sè”, cosa che significa
che il giovane cresce con cose fuori di sè che riguardano il
mondo degli adulti costruendo un caos nella sua anima.’’
[ 4 ]
Cosi conclude Platone riproponendo la questione dell’educazione:
“Alla fine (dunque) penso che si impadroniscano dell’acropolis
della sua [del giovane] anima si come la trovano vuota di lezioni, di
usi e costumi buoni e di ragioni di verità” [ 5 ]
Dopo tutto questo Platone arriva a concludere con un modello
per l’uomo di governo.
L’uomo di governo deve essere come un pastore e come un tessitore.
Platone dice che come il gregge sente il bisogno di un pastore ugualmente
il popolo ha il bisogno di un uomo di governo che deve avere la cura
per il popolo. Platone paragona l’arte di governante con l’arte
del pastore[6]. Analogamente come il tessitore conosce la linea dei
colori nello stesso modo l’uomo di governo deve amministrare la
società. Perchè nella struttura sociale esistono conflittualità,
interessi constrastanti, ambizioni, inclinazioni, debolezze, ecc., il
governante cerca di applicare una eguaglianza nella società [7]
cerca di frenare le ambizioni smodate e di evitare le prepotenze, le
violazioni dei diritti.
E’ abbastanza interessante cercare le eventuali interpretazioni
comuni tra Platone e Eraclito[ 8]. Nella Republica si trova un bravo
che presenta gli ???st??, (gli ottimi) come gli unici che possano comprendere
l’Uno unico[9], perchè sono uomini completamente di un’altra
dimensione. Come in fin dei conti si presentano in Platone i filosofi
[ 10.] .
Questo uno-unico come cosa da comprendere è il qualcosa che unisce
tutto.
Poche considerazioni altre prima di concludere questa nota introduttiva,
presentando il metodo che è stato seguito nel ricercare la forma
di governo in Platone.
Come è noto Platone usa nei suoi libri dei dialoghi. Questi dialoghi
in pratica hanno la funzione del dialogare. Appunto Platone fa dialettica.
??a?e?t???, del verbo d?a????µa?. Il primo significato del termine
è l’arte della conversazione e del parlare[11]. Lo stesso
Platone scrive: “??? de e??t?? ?a? ap?????es?a? ep?st?µe???
???? t? ?? ?a?e?? ? d?a?e?t????”.[12] [ cioe’ la relazione
fra domanda e risposta e’ dialettica ]
In senso più ampio dialettica si intende in Platone la filosofia
ed il d???e?t? [ dialetto] definisce il filosofo.
“??? pe?? t? ?? ?a? t? ??t?? ?a? t? ?at? ta?t?? ae? pef???? ???s??
d?a?e?t???” [cioe’ la conoscenza dell’ essere e’
la dialettica Rrpubblica 560 b ]
A proposito della storicità delle forme di governo, in Platone
troviamo una divisione la quale è stata proprio analizzata da
N. Bobbio in ²La teoria delle forme di governo².
Scrive Bobbio:
“Platone fa una separazione tra forme di governo reali e forma
ideale.’’[13] Forme reali sono tutte le forme storiche (monarchia,
aristocrazia, oligarchia, tirannia, oclocrazia). Nel terzo libro Leggi
Platone dice che il problema della forma di governo è rappresentato
della teoria dei cicli.[14] Ogni forma succede dopo la decadenza di
un’altra, e tutte le forme hanno un progetto iterativo.
Platone è sicuro che tutto le forme di governo sono forme cattive;
una forma è ottima, quelle è la forma ideale.[15 ]
Bobbio cosi presica il pensiero di Platone:
²I soli stati che esistono, gli stati reali, sono tutti quanti,
se pure in diversa misura, corrotti. Mentre lo stato ottimo è
uno solo, e non può che essere uno solo perchè una sola
può essere la costituzione perfetta, gli stati cattivi sono molti,
secondo il principio affermato in un luogo del dialgo che ²una
sola è la forma della virtù, mentre infinite sono quelle
del vizio (445 c) [ 16].
E illuminante leggere sul rapporto virtù – forma di governo
il passo del dialogo di platone che Bobbio riporta per meglio esporre
il pensiero platonico:
²Capisco, tu parli di quello stato che noi abbiamo fondato e discusso
e che non ha realtà, se non nei nostri discorsi: che io non credo,
qua sulla terra, si trovi in qualche luogo.
Ma in cielo forse ce ne e l’esempio, per chi voglia vederlo e
ad esso conformarsi nel governar se stesso (592 b).[ 17]
Platone ha una concezione pessimistica della storia, catestrofica dirà
Kant; egli ha un occhio pieno di spavento verso il futuro. Cosi presenta
la storia non come progresso dal bene al meglio, ma come regresso dal
male al peggio.
Platone è certo quando dice che tutte le forme, sono forme cattive.
Però crede che ci sono forme più vicine alla costituzione
ideale; queste sono: l’aristocrazia e la monarchia. Un modello
come può essere la forma ideale è tracciata da Platone
nella Repubblica in cui fa uno sforzo per delineare l’ordine perfetto
della società, e la dinamica di Agathon (bene) per l’educazione
dei governanti. [18]
Vediamo ora a tal proposito, qual’è la questione principale.
La ricorda Bobbio, che sulla natura delle forme di governo storiche
e sulla forma di governi ideale nel pensiero di Platone, cosi scrive:
²Da ciò segue che la tipologia delle forme di governo nella
Repubblica, è una tipologia di forme tutte cattive, se pure non
tutte egualmente cattive, e nessuna buona. Mentre nel dialogo erodoteo
tanto le forme buone tanto le cattive sono, secondo i diversi punti
di vista dei tra interlocutori, forme storiche, e quindi realizzabili,
nella Repubblica, la forme storiche, su cui Platone si sofferma a lungo
nel libro ottavo, sono, proprio per il fatto di non essere conformi,
in quanto forme storiche, alla constituzione ideale, cattive. [ 19 ]
.
Platone nel suo libro ottavo scrive che le costituzioni correte sono
in ordine decrescente e sono queste quattro: Timocrazia, oligarchia,
democrazia, tirannia. Come è facile osservare la tipologia delle
forme di governo nel pensiero di Platone non include due forme tradizionali:
quella della monarchia e quella dell’aristocrazia. Sorge dunque
il dubbio se la tipologia platonica è priva di queste due forme
di governo. Il dubbio si vanifica presto se si considera che queste
due forme entreno nell’ambito della forma di governo ideale. La
loro differenza è solo quantitativa: il comando spetta ad uno
solo monarchia, spetta, invece, a più nell’aristocrazia.
Leggiamo attentamente il pensiero di Platone sull’argomento: ²Io
dico che una delle forme di governo e proprio la forma che abbiamo esamintato
noi (cioè la costituzione ideale), e che potremmo chiamare con
due nomi: se tra tutti i reggitori uno ha il comando sugli altri, la
potremmo chiamare monarchia; se il comando è in mano a più
persone, aristocrazia.
- E vero.
- Questi due aspetti, dunque, io dico che costituiscono una forma unica:
molti o uno solo siano al comando è lo stesso, chè nulla
cambierebbe nelle leggi fondamentali dello stato, una volta educati
ed allevati nella maniera che abbiamo detto². [ 20 ]
Dunque non si tratta che di sei costituzioni soltanto che le due (aristocrazia
e monarchia) sono riservate a designare la costituzione ideale.
Questa costituzione ideale come si è visto già, al di
là della storia, la si riconosce nel nono libro della Repubblica
(592 a, b) tra il discordo degli intrelocutori che ²non si fondi
sulla terra². Non si può incontrare sulla terra ma soltanto
nella sfera della ragione, e se si può trovare in un luogo, questo
luogo è il cielo². [ 21 ]
?? ? ??? d?????µe? ???????te p??e?, ???e? t? e? ?????? ?e?µ???
epe? ??? ?e ??daµ?? ??µa? a?t?? e??a?. ???’?? d’e??
e? ???a?? ?s?? pa??de??µa a???e?ta?[.22] [ cioe’, costruiamo,
una citta’ qui in terra, con modelo quello che esiste in cielo.
]
Sulla terra, invece, cioè nella storia, si potrebbe parlare soltando
di tre forme di governo. Si vede però che le caratteristiche
presentate dalle tre forme di governo, che si esamineranno a parte nel
seguire di questo lavoro, sono in sostanza frutto della forma corruzione
e non della virtù. Secondo Platone, tutte queste forme sono lontane
dalla forma ideale. Si tratta, cioè, di copie di costituzioni
decrescenti.
A questo proposito è interessante riportare il testo originale
in cui Platone fa riferimento alle forme di governo:
² - La monachia, non crediamo, sia, forse, una delle nostre costituzioni
politiche.
- Certamente.
- E dopo la monarchia, si può citare, direi, il domino di pochi.
- Come no?
- Terzo tipo di governo non credi sia il governo del numero, la cosiddetta
democrazia?
- Per l’appunto
- Ora, dato che sono tre, non diverranno cinque, in un certo modo, esprimendo
dal loro seno altri due nomi ancora?
- Quali?
- Quando guardano, in certo modo, al carattere violento e volontario,
alla povertà e alla ricchezza, alla legalità e alla illegalità,
e dividendo in due forme ognuna delle due prime, intanto la monarcia
la chiamano con due nomi, tirannide e governo regio.
- Non altrimenti.
- E lo stato che viene retto solitamente da pochi, lo si chiama aristocrazia
ed oligarchia.
Per l’appunto.
Invece della democrazia, sia che a forza, sia col consenso loro, comandi
il popolo sopra i possessori di averi, sia che custodisca gelosamente
le leggi, sia che ve violi, non ha usato nessuno mai di mutarle il nome
. [23]
Timocrazia
La domanda che nasce spontanea, a questo punto è: ²In qual
modo può
derivare la timocrazia[24] dall'aristocrazia? E questa una domanda che
implica un'altra:
²Che cosa è la timocrazia?²
La timocrazia è la f???t?µ? p???te?a (una città
del onore); egli dice:<< ? e?a???ste??? ov, ?a? ??? ??t? p??t??
µe? t?? f???t?µ?? s?ept??? p???te?a? ???µa ?a? ???
??? ?e??µe??? ???? ? t?µ???at?a? ? t?µa???a? a?t??
???t???.>> (545 c).[ cioe’ il piu ottimo nome che possiamo
dare nella repubblica e’ timocratia. ]
Ogni cambiamento della repubblica deriva dalla classe che detiene il
potere, e si ha quando si verifica una lite tra i membri di questa classe.
E interessante questa analisi perchè in un modo sommario Platone
esamina in modo sociologico la sociatà, per cui riconosce in
campo di evoluzione la sua possibilità di conflitto [ 24] (Rimane
ferma la tesi di Platone che tutti questi conflitti sono possibili nelle
società di tutti i tipi organizzate in qualsiasi modo tranne
l'aristocratico; appunto perchè l'uomo aristocratico non è
caratterizzato da tutti quelli che conducono alla vita).
Dunque, la timocrazia (dalla parola time, [t?µ?] che significa
onore) sta in mezzo fra l'aristocrazia e l'oligarchia[26]. Nella realtà
storica del tempo, la timocrazia è rappresentata in particolare
dal governo di Sparta[27]. Ma il vizio del governo timocratico di Sparta
sta neglì 'onorare più i guerrieri che non i sapienti.[28]
Se l'aristocrazia si fonda sulla sapienza e la timocrazia si fonda sull'onore,
se, quindi, aristocrazia e timocrazia si fondano su momenti positivi
su virtù umane, lo stesso non può dirsi per l’oligarchia.
L’oligarchia[29] è l'organizzazione della società,
la repubblica basata sulla proprietà [ 30 ]
"?ta? t? taµe?? t?? ?a?e??? ?eµ??e? ap?
???s?f?".[31] Si ( Quanto la cassa di ognuno si riempe d’
oro) ha la trasformazione della timocrazia in oligarchia perchè
all'animo umano si sopravvaluta la ricchezza.
Quando gli uomini diventano ingordi, insaziabili e amanti di denaro
diventa impossibile il procedimento per distruggere la repubblica timocratica,
timarchica.
Il procedimento è così precidato:
²…????? ?? µetaßa??e? p??t?? e? t?? t?µa???a?
e?? t?? ????a???a? (Repubblica,550 d)…²[32] [cioe’
abbiamo un trasferiamento dalla timocrazia alla oligarchia ]
"?? taµe???, ?? d’e??, e?e??? e??st?
???s??? p?????µe??? (550d.)..." [33].[ cioe’ quanto
riguarda la cassa della timocrazia e della oligarchia noi paghiamo,
cioe’ il popolo ]
".... ??? ap? t?µ?µ?t??, ?? d'e??, p???te?a?, e? ?
?? µe? p???s??? ?????s?. (550 d.)[34] [ cioe’ di solito
governano quelli che sono ricchi ]
Anche l'oligarchia, proprio per essere espressione della conscienza
sociale di un determinato periodo ha dei limiti e si transforma.
Vizio dell'oligarchia è il fatto che distingue i ricchi dai poveri
e non da ai poveri la possibilità di partecipare alla vita politica.[
35 ]
Con precisione, questa forma di governo non è una e unica, ma
è duplice, può parlare di due repubbliche, quella dei
ricchi e quella dei poveri. Tutte e due trovano sullo stesso territorio
e eternamente tendoto a superarsi; l'una tende siperare l'altra.
"?? µe? d? t??t? t?s??t?? ????a???a a? ???? aµ??t?µa.
Fa??eta?. ?? da?; ??de ??a t? t??t?? ??att??; ?? p????; ?? µ?
µ?a? a??? d?? a????? e??a? t?? t??a?t? p????, t?? µe? pe??t??,
t?? de p???s???, ??????ta? e? t? a?t? ae? ep?ß???e??? a???????
(55? d.)." [ cioe’ in oligarhia facilmente possiamo conoscere
i difetti perche’ la differenza fra richi e poveri e’ ampia
]
Aspetto negativo [36] della città oligarchica è che gli
stessi uomini sì occupano molte cose: l'agricoltura, il commercio,
la Guerra. E in questo modo, precisa Platone gli uomini che non sono
poveri sono i governanti, perchè tutti gli altri vivono condizioni
di estrema provertà.[37 ]
E questa a voler compiere un riferimento storico, la situazione nella
quale trovava il popolo ateniese prima che ci fosse la legislazione
di Solone.[38] E’ una situazione sociale caratterizzata dal dilagare
dei vizi e della corruzione dei costumi. Le oligarchie, infatti, sorgono
a causa della corruzione dell'educazione, della cattiva amministrazione
e della non buona cura dei genitori.
Ecco, nel quadro della filosofia platonica, una nuova questione: l'educazion
che svolge un ruolo determinante per la formazione del buon cittadino.
Secondo Platone la padeia (educazione) e la politeia non possono essei
seperati.[39 ]Perchè la padeia è la base per la politica,
e l'armonia individuale, con padeia possiamo conoscere l'Agathon endiamonico,[40
] la padeia è la virtù del saggezza e della giustizia.
Ma che cos'è la politeia? Politeia non è la città
in senso contemporaneo. Politeia è lo stato, il principio politico:
deriva cioè da ???e??, e da "???es?a?",[41] significa
"comandare" ed "essere comandati"; è una
siontesi dei governanti. Per questo le due parole secondo Platone hanno
un unico senso fondamentale. E Platone conclude la differenza fra la
timocrazia e l'oligarchia presentando l'uomo timocratico e l'uomo oligarchico;
vediamo i carateri dell'uomo timocratico:
"Un simile uomo è duro con i servi, ma non e che di loro
neppure se ne accorga come avviene invece per colui che ha ricevuto
un'educazione perfetta; è mite verso gli uomini liberi, e tutto
sottomesso alle autorità, desideroso del comando, amante degli
onori, aspirando però a comandare non per virtù della
popria parola, ? per altra qualsivoglia virtù del geenere, ma
per le proprie attività belliche, per il proprio talento milimare,
ed egualmente avrà la passione della ginnastica e della caccia.
[42 ]
Vediamo ora i caratteri dell'uomo oligarchico:
"- Quanto più sono tesi ad accumulare denaro ? quanto più
l'onorano, di tanto viene meno il rispetto per la virtù. ? non
è forse vero che fra la virtù e la ricchezza corre questa
differenza che, poste ciascuna sui due piatti della bilancia, l'una
tira sempre in senso contrario all'altra?
- Proprio cosi
- Se dunque le ricchezza e i ricci vengoro onorati in uno stato, di
tanto la virtù e gli uomini virtuosi vengono disprezzati
- E chiaro.
- D'altra parte si pratica sempre ciò che si apprezza mentre
ciò che si disprezza viene accantonato.
- Esatto
- E così da uomini desiderosi di supremazia e di onori quali
erano, finiscono invece per essere cupidi trafficanti di ricchezze,
cupidi avari, ed applaudono ed ammirano il ricco, al ricco offrono le
più alte cariche di governo, mentre disprezzano il povero².
[ 43 ]
Tracciata, in tal modo, la differenza fra timocrazia e oligarchia, Platone,
nei rispetto del ciclo seguito dalle forme di governo, passa a delineare
i caratteri della democrazia e dell'uomo democratico.
Qui finische il primo parte spendilo se esiste interesse e il secondo
parte.
La pratica filosofica come poeticità del
mondo
Di fronte a una nuova condizione sociale, in cui tutto acquista carattere
di avvenimento artificiale, intelligenza, velocità, viaggi, là
dove il tempo diventa virtuale, un orizzonte dalla durata regolabile,
là dove vita private e pubblica si mescolano e si confondono,
originale e copia si uniscono per contrazione, e gli oggetti hanno ormai
la forza di imporci le loro regole, dobbiamo essere in grado di premettere
una nuova soggettività autoriflessiva e incline alla trattativa
e al confronto, una nuova attività poetico-pratica. Pratica perchè
non avrà una fine in se stessa (come Aristotele) ma una continua
trasformazione del soggetto umano un ²possibile essere².
Oggi ci troviamo in mezzo ad una crisi (crisi sociale,
politica, estetica ecc.) la quale supera ogni controllo critico –
di rigetto, supera simultaneamente anche la pretesa di essere comparata
al fatto stesso sotto giudizio.
Ecco perchè pretendiamo che la rappresentazione
sia finita prima ancora di cominciare, visto che la rappresentazione
in quanto copia di un’altra non è accaduta mai. E' un ²inizio
del non inizio² per ricordarvi Derrida. Con la fine della rappresentazione
ricerchiamo la filosofia nella decentralizzazione, la politica nell’inizio
dell’incertezza, e la scrittura poetica al ²centro delle
grandi assenze² come direbbe Rilke.
Però dobbiamo riconquistare la poeticità
del mondo (Questa poeticità del mondo esprime la filosofia presocratica).
Sapendo che tutte le soluzioni comprendono la stessa problematica e
permangono problematiche, è meglio rimanere nella problematica
della filosofia poetica. A questo pensiero poetico – filosofico
(secondo me questo pensiero si chiama pratica filosofica) appartiene
²l’attecchimento² (rizoma) di Deleuze – Guattari,
il pensiero come sensazione interiore di Lyotard, la cura (sorge) di
Heidegger, le situazioni limite di Jaspers, la radice quadrata della
region pratica di Platone, (Vede: Leggi, Republica), ? quando cerchi
di tracciare la Diagonale del suo quadrato secondo Pitagora (Ecco la
pratica filosofica che cercano molti oggi).
La chiamo, questa, filosofia poetica (dal greco p???)
in quanto è in grado di creare e il suo risultato è o
deve essere, in senso rigoroso, quello di far emergere un altro essere
o una esperienza essenziale di rapportarsi alla realtà (²Poeticamente
abita l’uomo...² diceva Holderlin. ²Il Poetare edifica
l’esenza dell’abitare² credeva Heidegger cioè
solo se l’uomo costruisce nel senso del poetante misurare, egli
abita).
Il pensiero della filosofia poetica (come pratica filosofica)
definito come quello che toglie la nostalgia di essere moderni, cioè
programmatici, considera che la filosofia poetica è l’insinuazione
che coesiste in quel che non si può esprimere. Per questo in
nostra epoca rumorosa la poetica filosofica esisterà al margine
del silenzio.
La filosofia poetica non è depriva di qualsiasi
valore ontologico (come succede oggi con le consulenze filosofiche)
qualcosa tra una specie di pricologismo – pragmatismo, che offre
realtà visionarie ed un esistenzialismo che offre profezie realizzate.
Si nuove nei limiti della creazione composta dove coesistono la connessione
somatica della contemplazione filosofica e l’ontologia poetica.
Analizza, si avvicina le situazioni, inventa elementi, crea un ritmo
nel progresso dei fatti, organizza fasce omogenee di punti. Con altre
parole possiamo dire che la filosofia poetica è la comprensione
dell’uomo e non è altro che il familiarizzarsi con il nascosto.
E' una autoanalisi (self-actualisation) e auto-realizzazione
(self-realisation) che si sviluppa la capacità di auto-espressione
sotto la luce del significato o della responsabilità seguendo
i ²passi sulle sabbie del tempo² cioè la simeologia
della vitta, e della persona del uomo.
La filosofia poetica cerca il significato del Es (Questo)
non solo in Freud ma anche come ci arriva da Nietzsche o anche il complesso
di Edipo (come lo troviamo nella Genesi della Tragedia) ma anche nella
Critica della Religione cosi come la definisce Feurbach. Di certo Freud
si è molto ispirato al ²soggetto trascendentale² di
Schopenhauer, sul quale è praticamente basata la libido di Freud.
In altre parole, la filosofia poetica fuori dal pan-determinismo
del terapeuta che favorisce il fatalismo della psiconevrosi ossessiva
con quele incredibili attitidini che sono assolutamente superate, per
via del deterioramento dei valori irreali della nostra epoca, e fuori
da una pscicoterapia che si nutre dall’incertezza umana, la mancanza
di sicurezza e la predisposizione a sottomettersi ed i modelli di schematizzazione
artificiale dei post freudiani, esamina la personalità così
come appare nell’epoca post-moderna tra il processo avanzato della
relative destrutturazione della società e la destrutturazione
o minore strutturazione della personalità. Sottolinea che bisogna
completare il famoso ²Dov’era Es, deve diventare Io²
di Freud con ²dove sono io bisogna che emerge Es².
La nuova immagine del mondo porta il segno di una verità
e di una conoscenza intuitiva superiori alla ragione. Cosi dobbiamo
superare la filosofia tipica, accademica, che nasce il ²vuoto ontologico²,
uno scetticismo metafisico – cosmico senza finestre. La tipica
filosofica ha uno sguardo deluso e il movimento della tipica filosofica,
è centripeto e, di conseguenza riducibile, destinato ad esaurirsi
appena ha raggiunto il suo scopo, vale a dire il punto di arrivo.
Per superare la forma tipica morta della filsosofia, dovremmo
riaprire lo spazio – tempo della poeticità. Organizzare,
se possibile un pensiero interrogativo che non sia nè positivo,
cioè logico, nè scientifico, cioè funzionalità,
nè psicanalitico ossia narrativa e teoria delle proiezioni, nè
micro-construzioni sociologiche ossia ideologie prosaiche. Distinguere
l’apertura futura, non detta e non pensata dell’uomo, capire
che la nostra epoca non ci appartiene, come una proprietà nostra,
ma invece che siamo noi che apparteniamo ad essa come se fossimo suoi
figli, in un’apertura culturale e poetica in una produttività
sociale e divergente. Per questo dobbiamo essere aperti al fascino del
tutto-nulla, provando sia il tutto che il nulla. Il gioco del mondo
si fa da quando il mondo è mondo e fino alla fine del mondo con
questo disperante ritardo che è l’eredità delle
redenzioni. La questione che si pone è come rispondere simultaneamente
alla corrente sotterranea che si muove all’ombra nello spazio-tempo
e all’orizzonte degli orizzonti lontani che ci procura le sue
luci.
La poeticità
del mondo e come può divenire un programmazione della pratica
filosofica
Oggi abbiamo bisogno da una filosofia
quotidiana,una filosofia che puo'formare una nuova relazione fra teoria
e prassi,tra riflessione trascendentale e attegiamento naturale o tra
filosofia e vita. E' fatto che la filosofia come teoria dei concetti
in un orizzonte trascendendale non esiste. La filosofia sul rapporto
pensiero -linguaggio - azione ,quazi in modo categorico e proprio come
analisi di un' ermeneutica del presente diventa una pratica intuizione
ermeneutica nella eterocostituzione del Dasein, in essere-nel- mondo.
Se viviamo la fine del senso, o meglio delle varie forme di trascendenza
del senso che hanno segniato la nostra cultura, questo non significa
che abbiamo perso il gioco ( il gioco della vita ) .IL gioco come oggetto
di una rappresentazione per un soggetto ri-produce le nuove linee di
un' ermeneutica del presente,centrata sulla constatazione dei processi,dalla
vita ( per se' ) alla vita ( in se').
L' uomo,nella sua natura, e' il solo animale capace di simbolizzare,di
pensare, di rapresentare .IL pensiero (noesis-diania) come sibolo e
rappresentazione corisponde alla parola latina ( cogitario) .La parola
( pensiero-cogitatio ) ha quatro sinificati: si puo' definire come quasiasi
attivita' ituitiva .IL primo sinificoto e' il piu' vasto del termine.
Con esso si intente qualsiasi. Di questo parere sono Cartesio, Spinoza,
Laibniz, Kant .Qui l'atti vita' spirituale e' prodotto della rappresetazione
e della simbolizzazione.
Dal pensiero scaturisce lo stile , ( il mondo della vita ), come idea
che,secondo il significato comune, indica qualsiasi oggetto del pensiero
umano. Pero,ogni pensiero umano esige una applicazione pratica e allora
nasce la filosofia. Platone definisce la filosofia come l' uso del sapere-pensiero
a viaggio dell'uomo-della vita. Egli dice che ( a nulla servirebbe essere
capaci di trasformare le pietre in oro se non si sapesse servirsi dell'
oro; a nulla servirebbe la scienza che rendesse immortali se non si
sapesse come servirsi dell 'immortalita'. Rep.vii-5349 )
Platone vede la prudentia nelle cose, come " possibile essere "
e cerca la radice quadrata della ragion pratica.( Repubblica A427d,
Politico,307, e Leggi, A631b.)
Aristotele al sesto libro dell' Etica nicomachea, distingue due diverse
forme di conoscenza : le scienze teoretiche e le scienze pratiche.Le
prime attraverso la dimostrazione ( abbiamo il principio del motivo
valido che esige di essere collegate tutte le cose ) colgono il certo,
il necessario, l' universale; le seconde attraverso l' argomentazione
mettono in luce il possible essere. Le seconde , presentano come oggetto
le cose che possono essere immaginazione del gioco che vengono dalla
poeticita del mondo. Cosi le cose sono soggette a deliberazione e l'
uomo come giocatore vive una trasposizione immaginativa della poeticita.
Proprio per questo la praxis umana e' mutevole, causale e occasionale,
e non ha pertanto una necessita' logica.Da qui nasce la fronisis, la
prudentia.
La prudentia esiste nel senso di ( poiein ) che significa produrre e'
il senso di " fa essere " ;qui corrisponde la verita'( Aletheia
) dando luce a tutte le cose.
Il poeta greco Ghiorgos Seferis ( 1900-1971, Premio Nobe ) dice che
la poesia si trova daperttuto . Con altre parole la poesia e' e sara'
necessaria. La poesia ( cioe' il poiein ) come documento vitale e' di
per se', come una storia della memoria, la memoria di tutto quanto esiste
in cio' che viviamo.Qui sostiene la ontologia della poesia come praxis
umana.La poeticita' del mondo significa farle possibili o assolute le
cose o questione piu' o meno aperte, revelatrici dello stesso mistero
che la verita' del creato e del ricreato.Da qui parte uno nuovo modello
della pratica filosofica , uno modello che si sposa la poesia e la filosofia.Questo
modello ha due dimensione : La prima dice che la poesia e' unita' cosmica
dell' essere e cose, e' la relazione del io con la temporalita', una
forma di amore multiplo in quello che universo e l' uomo esistono nella
naturalezza come materia prima del mistero.E' una coscienza del planetario,
con il quale si iscrive la metafora e la metonimia ( secondo Nietzshe
) come gioco della verita' nella tendenza della liberazione.Cosi la
poesia parte da un incontro essenziale con la realta'.Questo incontro
si chiama percezione o penetrazione in una visione del mondo. La penetrazione
non e' un monologo dell' Io ( Ego ) ne' un dialogo del Tu e dell' Io
come universo chiiuso ,ma e' un universo aperto.Cosi l' uomo aquista
il senso della estetica e le cose diventano scintille di bellenza e
di magia che vibrano con la metafora .
La poesia non e' una visione cieca al limite dell' incoscio o meglio
un modo per l' inconscio di redersi particolamente cosciente perche
la poesia sostiene l' intermedio stadio tra inconscio e coscienza, cioe'
il paradosso.Il paradosso e' il moto della vita, e' il rischio e' la
forma della sovradeterminazione, quale agire nel mondo.Non vede la reinterpretazione
del sibolico da parte dello psicoanalitico come un' operazione riduttiva
ma vede come ellemento esistenziale delle cose. Dopo la Rivoluzione
del Desiderio l' inconscio ( in generale come ordine psichico ) diventa
l' istanza insuperabile che conferisce uno jus primae noctis ( secondo
Jean Baudrillard ) su tutte le formazioni individuali e sociali precedenti
. Cosi il pensiero dell' inconscio, come quello della coscienza e' ancora
un pensiero della discontinuita' e della frattura ( d' un oggetto perduto
e d' un soggetto che sfugge per sempre ). La poesia non entra in questa
produttivita' che viene dal mito moderno dell' inconscio della psicoanalisi
[ 4 ] ma diventa una nuova restituzione dello scabio simbolico del mondo
( ecco che cosa significa poeticita' del mondo )
La seconda dimensione e' la filosofia cosi come si sviluppa oggi. Oggi
non esiste una certa risposta alla domanda " dove va il pensiero
filosofico ".La filosofia metacritica e metadialettica, ( non c'e'
piu una dialettica, ma un cammino che si biforca senza soluzioni ) superando
ogni paura di pensare e ogni compiacimento del non - pensare, del cosiddetto
post-moderno fuori di ogni paragonabile e fuori dalla esperienza che
sostiene un senso forte e integrale esamina lo sviluppo rigoroso del
mondo nel rapporto delle cose con l' essere e con il niente. La crisi
della filosofia metafisica tradizionale corrisponde al disuso del dispositivo
metanarrativo di legittimazione ( secondo J.- F Lyotard) e la filosofia
post-moderna diventa l' incredulita' nei confronti delle metanarrazione
( sepre secondo Lyotard ) . La filosofia passa in un altro tipo di sapere
senza un racconto speculativo e senza dei proggetti di totalizzazione.
Le grande narrazioni hanno perso le
credibilita'. La circolarita' fra domanda e risposta non trova piu i
prolungaminti in tutti i campi.Tanto la narazzione quanto la metanarazzione
sono privi di conseguenze. La vera soggettivita' e' l' autocoscienza
sono mediate e indirette. Passano dall' altro ; se l' altro non ci fosse,
il soggetto non avrei conoscenza. L' altro non solo l' altro soggetto
ma l' Altro con significato di Lacan e' appunto la testimonianza della
semiologia della vita. ( non diro' della verita perche' la verita' non
e' al di fuori del potere, ne' senza potere secondo M. Foucault ).
La filosofia oggi non vuole costruire una nuova metafisica dell' atlerita'
e della differenza. In questa fine epocale, occore un pensiero poetici-filosofico
che comprenda non soltanto la finitudine ( la finitudine si presenta
molte volte come autorelizzazione -self realisation, autoespressione,
in un pan-determinismo che favorisce il fatalismo della psiconevrosi
e proprio la necessita' della psicoterapia che si nutre dall' incertezza
umana ) ma quella dell' essere. Cosi l' esistenza diventa il senso dell'
essere, poiche'ogni volta si tratta non dell' essere in generale, ma
di una signolarita' finita d' essere.
" Cambiare le regole del gioco ", e " costruire nuovi
ordini ", significa ( secondo il preporre filosofico ) che non
basta governare l' esistenza-l' esistente e anche che bisogna avere
il coraggio di rappresentare anche cio' che e' distruttivo, secondo
A. Asor Rosa. Nell' epoca post-moderna ( post freudiana e post marxista
) tra il processo avanzato della relative destrutturazione della societa'
e la destruttazione o minore strutturazione della personalita' la filosofia
con un ruolo non stabile e fisso tocca il cuore delle cose con un sguardo
poetico. Sapendo che tutte le soluzioni comprendono la stessa problematica
e permangono problematiche, e' meglio rimanere nella problematica della
poeticita' del mondo dove corre l' energia della coscienza cosmica e
l' inconsio collettivo (come paradosso ,secondo il pensiero poetico-filosofico
) dell' umanita' che si toccano negli archetipi dell' immaginario e
permettono l' intuizione dell' Essere.
Se ogni epoca produce il proprio pensiero, quella di oggi vuole essere
un pensiero poetico-filosofico sustanziatrice dell' errare del pensiero
planetario .Tanto piu' il pensiero poetico-filosofico che pensa e si
esprime in quanto l' uomo comune tende in fretta a unificare le sue
idee, cosi queste, frammentariamente come nella realta' coesistono,
non siano piu' che pontenziale somma dei confronti dell' essere errante
del uomo. Uomo che e' in ogni parte perche' e' padrone del senso poeticale.
( poeticamente abita l' uomo dice Holderlin )
Da qui il pensiero poetico- filosofico, che e' l' essenza della vita
come " passi sulle sabbie del tempo " ha il proposito di definirsi
come pratica filosofica che dona alle cose, nuovi nomi e le ritosforma
in maniera essenziale. Cosi giungiamo all' importanza dove tutti gli
elementi della creazione poetico-filosofiche trovano poi spontaneamente
la loro espressione.
POETICA E PSICOANALISI
Quale e’ la relazione tra poesia e psicoanalisi
? E’ una domanda a cui è difficile trovare risposta. Eppure
la poesia e la psicoanalisi coicidono in ciò che possiamo dire
gioco dell’ avventura del creato e del ricreato.
La poesia conferma la psicoanalisi fino al punto da
cercare la relazione dell’ io con la temporalita’, rivestendo
di immagini, sentimenti e situazioni che diventano enti privati ( materia
prima ) della personalita’.
Forse e’ necessario vedere la psicoanalisi fuori
dal pan-determinismo del terapeuta come afferma Freud nel testo scandaloso
dei "curatori di anima “ ( Vedi l’ opera Mose’
di Michelangelo ) quando scriveva che la psicoanalisi non e’ la
‘ cura ‘ per uscire dal disagio della civilta’, per
sanare le ferite o per aiutare l’ umanita’ sofferente, ma
in primo luogo trasformazione critica. ( Per la poesia questa convenzione
esistenziale si chiama ricreazione ).
Ma se l'analisi non e’ cura dell' anima e non
e’ nemmeno la glorificazione del rimosso vuol dire che la stessa
non vuole scoprire una realta’ occulta e misteriosa: pertanto
si creano nella personalita’ del uomo le varie formazioni significative,
individuali, sociali e collettive, che cercano di ridurre all’
unita’ la trasparenza e la chiarezza di un rapporto univoco con
la realta’ ( vedi : S.Freud, Introduzione alla psicoanalisi )
La psicoanalisi esamina il linguaggio perche’
secondo Freud l’ inconscio parla molti dialetti, incomponibili
e intraducibili in un linguaggio. [ 1 ] Questo linguaggio non cerca
uno spazio per trovare una verita’ naturale, ma una verita’
materiale totalmente fuori dalla scena, come sosteneva Freud. Quanto
detto però non succede anche con la poesia in quanto essa cerca
una verita’ che fa pensare, ma che e’ impensabile.
Sappiamo che l’ oggetto dell’ analisi non
e’ la celebrazione dell’ incoscio (che favorisce il fatalismo
della psiconevrosi ) o la scoperta di una verita’ assoluta da
sottrare all’ oblio o il raggiungimento al di la della distorsioni,
di un soggetto pieno, ma la pluralita’ intesa come potere della
verita: essa e’ la causa scatenante di ogni effetto e si manifesta
nella struttura del nostro linguaggio.
La pluralita’ non e’ invenzione di Freud,
ma si pone come potere ,come volonta’ o desiderio: è un
concetto che si ritrova in filosofia e che ci arriva da Nietzsche, ma
è presente anche nella Genesi della Tragedia, nella Critica della
Religione cosi come la definische Feurbach e nel Soggetto Trascendentale
di Scopenhauer, sul quale e’ praticamente basata l’ inconscio
di Freud .
Freud con un saggio con titolo Das Unheimliche, parlava
di pluralita’ di significati. Questa pluralita’caratterizza
il desiderio che costituisce l’ area ‘ rizomatica ‘.Si
tratta in sostanza della tentazione di ricomporre uno spazio in cui
l’ incomunicabilita’ dei saperi diventa lo spazio della
verita’ al di fuori di ogni sapere e di ogni comunicazione. Cosi
non parliamo , ma siamo parlati dall’ Altro e dalla sua verita’
( vedi J. Lacan Le seminaire, Livre XVI : D’un autre a’
l’ Autre. ) L’ Altro e’ appunto il ‘ testimone
‘ della verita’ che si articola senza aggettivi, e’
la causa fondamentale di ogni linguaggio che si pone al di la’
della storia e della civilta’. Freud sostiene che l’ Altro
e’ l’ ingnoranza e scrive : « L’ ignoranza e’
ignoranza ; non ne deriva alcun diritto a credere qualcosa » [
2 ] Questa ignoranza e’ la prima materia della poesia e lo spazio
interiore si muove su un piano in cui c’e’ esclusivamente
la metafora e la metonimia .D’ altronde la metafora e la metonimia
percorrono una vita della pluralita’. [ 3 ] L’Altro e la
metafora hanno un luogo comune ; ecco perche’ Rimbaud diceva «
l’ io e’ un altro ». La metafora va al di la’
del principio di interpretazione come l’ Altro non puo essere
conosciuto perche’ ogni conoscenza e’ strangolamento ( secondo
Deleuze ) e non puo essere interpretazione perche’ cosi esprime
un rapporto di forza ( secondo Foucault ).
M. Heidegger parlando di poesia di Stefan George sosteneva
che nella poesia niente e’ chiaro, ma tutto e’ significativo.
Questo significativo guida la nostra emotivita’, la nostra affettivita’
la nostra fantasia,-tutto cio’ che appartiene alla sfera di cio
che chiamiamo l’ irrazionale o altro ( forse metafora o ancora
metonimia ). Queste valenze ( l’ atro, la metafora, o la metonimia
) fanno parte integrante della psiche e nessun uomo puo’ farne
a meno, esse riappariranno con una violenza tanto piu’ grande
che attaccandoci di sorpresa, saranno loro a dominarci.
Bergson scriveva che « la arte la poesia e l’
estetica corrispondono ad eventi psichici, » e Arneheim diceva
che il poeta , il pittore, l’ artista devono trasmettere la vivida
esperienza della forze dell’ anima.
La poesia non e’ altro che il familiarizzarsi
con il nascosto. Heidegger richiamando Holderlin diceva : « dichterisch
wohnet der Mensch » ciò che è poetico risiede nell’
uomo. La poesia non e’ metodo terapeutico ma un tentativo di comprendere
la struttura della personalita’dell’ essere umano ( Dasein
). Attraverso la poesia è possibile conoscere sè stessi
e la verita’: ciòà avviene solo con la poesia e
non quando ci sentiamo meglio migliorando il nostro stato patologico.
Se accettiamo che la psicoanalisi e’ soprattuto un metodo di psicoterapia
e ha dunque per scopo fondamentale la ‘ salute’ dei pazienti
, va accettato anche che la poesia come scopo lo sviluppo dell’
essenza .La poesia non vuole spiegare la totalita’ dell’uomo
,ma semplicemente comprendere qualcosa a livello umano. Non vuole superare
soltanto la scissione tra soggetto e oggetto nella conoscenza, non vuole
colmare soltanto la spaccatura tra io e mondo, ma vuole anche illuminare
la struttura della soggettivita’ aprendo un nuovo orizzonte di
comprensione e dando nuovo impulso all’ indagine gnosiologica
sull’ essere dell’ uomo in genere e suoi particolari modi
di essere.
Dobbiamo abitare poeticamente significa che l’
uomo riceve la misura per l’ estensione ( Weite ) della sua essenza
.Pero’ la poesia non sostiene che l’ uomo appare «
come tale » perche’ cosi ogni verita’ e’ possibile
( opinione della analisi esistenziale di Heidegger, e di L. Binswanger
) al contrario cerca di pensare un’ esperienza di verita’
che non appaia neppure « come tale » , perche’ dal
momento in cui appare ‘ come tale ’ puo essere capita e
quindi trasmessa attraverso il linguaggio ordinario, attraverso il linguaggio
nel senso corrente del termine. Questa opinione e’ l’ essenza
della cosa che appere ’ come tale’ e la poesia non riconosce
nessun verita’ singola ma vuole una verita’ che ( metaforicamente
) cambi le cose.
Nella poesia tutti i rischi sono aperti come aperti
sono i rischi della vita .Ecco perche’ la poesia non e’
solo parola del ritmo, ne’ elemento retorico ma un viaggio che
trasforma la vita . Il greco filosofo e psicoanalista C. Castoriadis
sosteneva che abbiamo bisogno di completare il famoso « Dov’
era Es, deve diventare Io » di Freud con «Dove sono Io bisogna
che emerga Es». Questo puo’ succedere solo con la poesia.
Altermodernismo e poesia
Mai come ai giorni nostri, la poesia e’ stata
umiliata. In un’epoca di comunicazione di massa la poesia appare
inutile. Oggi le masse vengono considerate dei dati quantitavivi da
inscatolare, incassare e allineare. Così la poesia vive in vecchie
biblioteche, negli ultimi scaffali di pochissimi librai.
Walter Benjamin scriveva che ” l’adeguazione della realta’
alle masse e delle masse alla realta’ e’ un processo di
portata illimitata sia per il pensiero sia per l’intuizione sia
per la poesia,… e l’istante in cui il criterio dell’autenticita’
nella produzione dell’ arte viene meno, si trasforma anche l’
intera funzione dell’arte”. Pero’ se la poesia deve
affrontare questa antropologia sociale, deve nello stesso tempo affrontare
la ricerca del pensiero di se stessa, deve partire da un incontro essenziale
con se stessa.
L’idea di poesia come ”artificio” costruito con un
liguaggio sinificativo e sincronico non convince piu. Nella poesia ogni
sillaba e’ messa in rapporto d’equivalenza con tutte le
altre sillabe della sequenza: un acceto tonico e’ uguale ad ogni
altro accento tonico e così via. Così la poesia diventa
un sistema le cui parti possono e devono tutte essere considerate nella
solidarieta’ sincronica. Il risultato e’ sempre il messagio
globale, la concordanza dei significati. Bachtin, per il ruolo della
parola poetica, scriveva: ”la parola poetica resta immune dalla
bivocita’ e da qualsiasi possibilita’ di interdiscorsivita’
”
Tuttavia, oggi siamo in una nuova convenzione ontologico-sociale con
nome post-simbolista e metaliguista che si definisce dalla fine della
rapprezetazione. Questa convenzione si muove nei limiti della rapprezentazione
che opera come una copia di qualcos’ altro che non e’ mai
stato. Come principio del principio, per ricordare Derrida. Se oggi
ci sono quadri bianchi nella pittura, la non tonicita’ nella musica,
la non continuita’ delle immagini al cinema, il testo teatrino
che sempre di piu’ si distacca e viene provato come resistenza
vocale, l’arte della danza che diventa un’ espressione senza
regole del corpo, tutto cio’ dimostra il bisogno per una poesia
artistica rinnovata .
Tutto pone (come nuova convenzione) una problematica che dice che l’arte
e’ sempre relativa, non libera, non si spiega, non puo’
essere capita. Questo esattamente vuol dire che l’arte non si
puo’ spiegare come una cosa universale. E’ una guerra di
interessi, una volonta’ di cio che non e’, per questo l’
arte rimane un divenire. In questo processo la scritura poetica diventa
il ”centro delle grandi assenze ” come direbbe Rilke. Anche
la filosofia esiste come decentralizzazione e la politica vive nell’
inizio dell’ incertenza.
Se il modernismo era un internazionalismo che ha voluto unificare e
standardizzare i codici di espressione (mentre il post-modernismo, in
un certo senso e’ stata la scia del modernismo), la nuova convenzione,
che prende il nome altermodernismo, non e’ un concetto che si
posiziona rispeto al post-moderno, non e’ il dopo del dopo del
moderno, ma una cosa totalmente diversa. Quel che oggi chiamiamo ”altermoderno”
e’ il desiderio che ha qualcuno di agire in modo alternativo.
Altermodernista ‘poeta e filosofo e’ colui che connette
il mondiale con locale. Alla domanda se abbiamo oggi una nuova estetica
altermoderna, possiamo rispondere che recuperare l’estetica alla
sua « legittima » area speculativa significa non solo sviluppare
una ricerca sistematica e rigorosamente scientifica, ma porre anche
storicamente i problemi di tutte quelle categorie concettuali che sono
state e sono oggetto dell’ indagine estetica.
Il fenomeno dell’altermodernismo e’ conneso
anche a una crisi dell’ interpretazione, una crisi della rapresentazione,
che segna la fine dei modeli critici fondati sulla certenza. Oggi ci
troviamo in mezzo ad una crisi estetica che supera ogni controllo. Secondo
l’altermodernismo la poesia riflette su se stessa, non segue la
regia fra signifiante e significato. Sappiamo che la poesia ha perso
il desiderio dell’illusione a vantaggio di una elevazione di ogni
rapresentazione alla banalità che esprime oggi l’estetica.
Per questo la poesia ha bisogno della filosofia per andare costantemente
alla ricerca dell’essere ad un certo grado di manifestazione,
e dunque di conoscenza, attraverso la scrittura. Questo hanno fatto
i poeti Jabe’s Ednond e Asberi John, diventando argonauti dell’
essere. Qui possiamo ricordare l’opera di Baudelaire «I
fiori del male» e vediamo che il poema sembra bruscamente rovinare
e perder fiato. Wittegenstein ha scritto una volta che «la filosofia
la si dovrebbe propriamente soltanto poetare». Forse dobbiamo
dire che la poesia la si dovrebbe propriamente soltanto filosofare.
L’uomo non puo sopportare troppa realtà, per questo ha
bisogno della poesia, che però esistera’ al margine del
silenzio.
Un incontro essenziale fra poesia
e filosofia
Un problema fondamentale per la poesia e’ che
la lingua poetica non si cura di stabilire una comunicazione verbale
fra mittente/destinatario, ma punta la sua attenzione in modo particolare
sul segno linguistico, sulla scelta delle parole, sui loro rapporti
nella catena discorsiva sulla loro dislocazione, sull’ effetto
fonico e ritmico, ecc., fino a fare apparire il segno stesso quasi autonomo
e significativo per se’ [1]. La lingua poetica insomma e’
autoriflessiva, cioe’ focalizza l’attenzione del lettore
sul segno linguistico e sulla sua organizzazione. Molti hanno visto
questo promblema con antenzione perche’ l’autoriflessivita’
rende il messagio poetico non trasferibile al destinatario [2].
La differenza fra il parlante quando dice «Capite
quello che voglio dire?» e l’ascoltante che dice «Che
cosa e’ cio’ che dici ?», nella poesia e’ una
condizione. Roman Jakobson scriveva:« Il linguaggio deve essere
studiato in tutta la varieta’ delle sue funzioni. Prima di prendere
in considerazione la funzione poetica, dobbiamo stabilire qual e’
il suo posto fra le altre funzioni del linguaggio. Per tracciare un
quadro di queste funzioni, e’ necessaria una rassegna sommaria
dei fattori costitutivi di ogni processo linguistico, di ogni atto di
comunicazione verbale.
Il mittente invia un messaggio al destinatario. Per
essere operante, il messaggio richiede in primo luogo il riferimento
a un contesto (il « referente », secondo un’ altra
terminologia abbastanza ambigua), contesto che possa essere afferrato
dal destinatario, e che sia verbale, o suscettibile di verbalizzazione;
in secondo luogo esige un codice interamente, o almeno parzialmente,
comune al mittente e al destinatario (o, in altri termini, al codificatore
e al decodificatore del messaggio); questi diversi fattori insopprimibili
della comunicazione verbale possono essere rappresentanti schematicamente
come segue : mittente-messaggio-destinatario, contesto-contatto-codice»
[3].
Anche nella filosofia, quando essa esamina la semiologia,
esiste il problema della omofonia (e non la differenza o dicotomia)
fra significante e significato e rapporti sintagmatici e rapporti associativi.
Così gran parti del lavoro teorico del pensiero filosofico-linguistico
puo’ essere letta anche in relazione al problema della possibilita’
di estendere i concetti e le teorie di grammatologia all’analisi
di questi sistemi. In tal modo la filosofia risponde ai bisogni e alle
domande dei segni e della realta’ con una nuova semiologia quasi
poetica che non sia un’entita’ per se’ ma che e’
fatta dagli uomini e per gli uomini.
La semiologia diventa secondo filosofia quella dinamicamente
intesa, cioe’ l’insieme degli atteggiamenti mentali e operativi
che caratterizzano la vita dell’ uomo contemporaneo e lo significano
nella sua identita’ dell’ esistenziale e nella sua proiezione
nel futuro.
La filosofia e la poesia coincidono in cio’ che
possiedono di fulgore e divinazione come sospetto. La poesia conferma
forse la filosofia e probabilmente la trapassa con la immaginazione.
Il punto di partenza umano aristico (qui poetico) e filosofico contiene
antitesi, e’ lo stesso nella grande solitudine di pensare e indagare
le cose. Farle possibili o assolute è questione piu’ o
meno aperta, rivelatrice dello stesso mistero che la verita’ del
creato e del ricreato. Il pensiero filosofico da’ della sua ipotesi
il meteorismo, il sospetto, il simbolo, che lo condurrano alla realta’.
Le chiavi fontamentali della poesia e della filosofia
sono l’unita’ cosmica dell’ essere e la relazione
dell’io personale con la temporalita’, una forma che esiste
nella naturalezza come materia prima (e che tentano di scovare trovare
tanto il filosofo quanto il poeta).
Se ogni epoca produce la propria poesia , quella d’oggi vuole
essere una parola pensante e sustanziatrice dell’ errare del pensiero
planetario (filosofia e poesia esprimono questo pensiero planetario
che si chiama pensiero poetico- filosofico).
La parola pensiero-cogitatio ha quattro significati:
il primo significato e’ il piu’ vasto del termine e con
esso si intende qualsiasi attivita’ spirituale o l’insieme
di tali attivita’. Di questo parere sono Cartesio, Kant, Spinoza,
Leibniz. Il secondo significato e’ quello per cui il termine indica
l’attivita’ dell’ intelletto in genere in quanto distinto
dalla sensibilita’ e dalla attivita’ pratica. Il terzo significato
esprime una applicazione pratica, e’ la filosofia di empirismo.
L’ ultimo significato e’ il senso del mondo come pensiero
metadialettico, metanarrativo, che comprende le cose come eventi. Certamente
siamo in un periodo di transizione e in tali periodi, spesso, le menti,
le coscienze, gli animmi sono come annebbiati. Così un pensiero
poetico-filosofico vibra come liberta’ essenziale.