Saggi di Cristina Finazzi

 

Social Networking:  spioni e spiati.

Il primo salotto di successo nel quale gli italiani hanno iniziato a spiarsi è Il programma di Maria De Filippi “Uomini e donne”. Un format che funziona ancora oggi molto meglio nel noioso e riciclato Grande Fratello. Qui non si respira la finzione e se si vede, gli italiani chiudono gli occhi perché si parla di sentimenti e il melodramma è fra i nostri cult. Malafemmina cantava Totò e chi si dimentica le scene romantiche degli ultimi film “Tre metri sopra il cielo” e compagnia. Non resistiamo, il sentimento accompagna la nostra storia e il nostro essere italiani. La canzone napoletana è venduta in tutto il mondo. Gigi d’Alessio è amatissimo e prima di lui Nino d’Angelo. Mi ricordo ancora il mio ragazzo del mare che mi disse, quando avevo 18 anni: “Facciamo un jeans e una maglietta?”, parafrasando il film dove un biondo e magro Nino faceva il protagonista. Fra questi film ce ne sono di buoni e meno buoni ma non è ciò che conta: noi amiamo i sentimenti e se vediamo quelli degli altri ne godiamo. E’ una sorta di catarsi collettiva e benefica. Amiamo , piangere, ridere e innamorarci anche di una storia e di una vita che non ci appartengono perché è come se proiettassimo la nostra. Apriamo la pagina di facebook e leggiamo quanto è sfigato questo e quanto è felice quello. E spesso ci soffermiamo a pensare perché il tale e tal l’altro hanno scritto quella frase, pubblicato quel video, mandato quella notizia, creato quel gruppo. Ci vestiamo della vita degli altri e così arricchiamo la nostra. Questo però denota un allarme sociale: la nostra vita è vuota. Ho letto che una signora spense volutamente facebook per una settimana e si accorse che aveva l’amica, vicina di casa, con la quale non parlava da anni e ci andò a bere un caffè e riscoprì che era simpatica e ci fece una passeggiata al parco prendendo il sole all’aria aperta. Cose concrete che riempiono, molto di più di un caffè o una coccola virtuale. Spioni siamo diventati ma sempre più soli. Per questo siamo le vite degli altri ed entriamo in relazione con esse. Perché la nostra è nucleare o addirittura mononucleare. È l’esasperazione del single. Ci si lascia anche spiare ma  è un’arma a doppio taglio, gli altri entrano nella nostra vita anche là dove noi non vorremmo: nei sentimenti più profondi. Prima si bussava alla porta; ora si trova tutto on line. Fruito immediatamente e per questo non bastevole perché troppo, troppo breve e troppo, troppo astratto…

La filosofia nel fluire multimediale

 
Ritengo che la multimedialità sia un ottimo mezzo di diffusione, di fruizione e di interazione.
Diffusione: raggiungibile da tutti coloro che usano il computer, internet e i motori di ricerca. Per esempio se si scrive in un motore di ricerca fra quelli più in uso l'espressione: filosofia della moda, appare, con orgoglio della sottoscritta, il sito di Modalogia, filosofia della moda, primo in Italia ad occuparsi di questa disciplina. Si può aggiungere, oltre alla diffusione, l'innovazione sia nell'informare che nel fruire di ciò che si trova pensato e scritto on line.
La fruizione è complementare alla diffusione: io fruisco del contenuto multimediale, se esso è presente on line, se il motore di ricerca lo trova, se quindi il mio contenuto è ben indicizzato.
La vera novità del multimediale si trova però nell'interazione: io fruisco di un'informazione e posso interagire con il testo e l'autore, leggendo, commentando, dialogando con chi scrive anche on line, anche in simultanea (dipende dal mezzo impiegato). Posso chiedere chiarimenti, produrre obiezioni, creare discussioni., Meraviglia dell'ermeneutica e sua evoluzione tecnologica, il multimediale permette un dialogo fra autore, testo e lettore che prima non era mai stato così diretto. Se Gadamer avesse avuto un blog, ne sarebbe uscito un nuovo "Verità e metodo - 1960" e lui, che si è fermato alle interviste, ne sarebbe rimasto entusiasta per l'immediatezza e l'interattività. Con i nuovi mezzi si stabilisce un fruire reciproco di notizie e informazioni fra lettore e autore che serve a tutti: a chi scrive per comprendere la validità di ciò che si è scritto e si voleva comunicare, per chi legge: che trova nell'interazione un completamento della comprensione.
 

Il consublog

COSA SIGNIFICA PER VOI ESSERE DONNA? SI PUÒ PARLARE, SECONDO VOI, DI UN MODO TIPICAMENTE FEMMINILE DI PENSARE LA REALTÀ? “RATIO” SIGNIFICA “MISURA”, CRITERIO DI MISURA. È CORRETTO PARLARE DI UNA RATIO AL FEMMINILE, DI UN MINIMO COMUN DENOMINATORE CHE CONTRADDISTINGUE IL VOSTRO APPROCCIO ALLA VITA? LE ANTICHE CATEGORIE BASATE SUL DOPPIO YIN/YIANG, MASCHIO/FEMMINA, RAGIONE/SENTIMENTO, GUERRA/PACE, FORZA/DEBOLEZZA, ECC., A VOSTRO AVVISO, SONO ANCORA DOTATE DI SENSO? COME VIVETE/AVETE VISSUTO IN QUANTO DONNE LA VOSTRA ESPERIENZA DI INCONTRO CON LA FILOSOFIA DURANTE IL LICEO?

il 26 maggio 2008 alle ore 17.00 sono stato invitato a tenere una conferenza/incontro sul tema LA CONSULENZA FILOSOFICA E IL LINGUAGGIO DELLE EMOZIONI: UNA RAZIONALITÀ AL “FEMMINILE”? nel quadro della manifestazione ‘ISOLINA E LE ALTRE…’ Mostra d’arte contemporanea sulla condizione femminile e sulla violenza sulle donne (Palazzo Marcotulli, Rieti, Via Garibaldi 241).


Commentando tale pensiero, vi viene in mente qualcosa di specifico?

Io qui posso presentare la mia posizione e magari partire da questa e dalla proposta del nostro consulente per vedere se è vero un assunto del genere. Io mi occupo di filosofia dello sport e della moda: due mondi che non appartengono alle donne, anzi soprattutto il primo è prevalentemente maschile. E allora io contraddico l'assunto di cui sopra perchè mi occupo di qulcosa che solitamente è appannaggio degli uomini. Ma il problema non è tanto il cosa ma il come e il perchè. Credo che la differenza nell'approccio filosofico non stia tanto nel perchè: mi occupo di moda perchè mi piace e mi diverte e mi occupo di sport per lo stesso motivo. Ciò mi accomuna a molti uomini. E allora: è il come: la donna usa la propria razionalità ed è in grado di argomentare nello stesso modo in cui lo fanno gli uomini ma l'approccio è diverso. Lo fa quasi sempre per passione; non per provocazione nè per altri interessi. Per passione. Insomma ciò che la riguarda deve essere amato sennò non ci sono stimoli; aveva ragione Nietzsche quando diceva che donna sa solo mare o odiare, non ci sono vie di mezzo. Ecco credo che l'apppoccio femminile alla filosofia parta dal sentimento: amore o dolore e poi si svuluppi nella razionalità. Gli uomini slegano molto più nitidamente amore e ragione.

Esperimenti di filosofia pratica in rete

La consulenza filosofica.

Il facile è trovare i consultanti. Ci sono moltissime persone che hanno bisogno di capire e che si rivolgono spontaneamente a consublog. Il difficile è condurre la consulenza cercando di essere il meno direttivi possibile (più dice il consultante, più informazioni si hanno per capire e meno errori si compiono nelle valutazioni e nelle riflessioni e chiarificazioni proposte a chi ascolta). La consulenza filosofica si traduce in pratica in una serie di domande a carattere filosofico esistenziale e in una serie di riposte più o meno appropriate attraverso le quali il consulente si chiarisce un’idea del profilo di chi ha di fronte e di dove vuole andare e cosa deve scegliere. Il consulente però non deve mai porsi al posto del consultante, non deve decidere per lui e soprattutto non deve pensare per lui. Ascoltare e interpretare sono le vie di un metodo che porta il consultante alla scelta. Ho capito il problema e scelgo o decido come risolverlo. Ecco il consulente filosofico non risolve il problema, semplicemente lo chiarisce allargando lo sguardo a 360 gradi e andando a fondo nella questione della problematicità di esso. Non ci sono nodi irrisolti e vuoti e lati oscuri, essi devono essere tutti chiariti dal consulente al consultante in modo che lui possa poi autonomamente decidere in quale modo procedere. Il consultante puo’ anche decidere di interrompere la terapia e puo’ decidere di non scegliere. La cosa fondamentale è che anche la non scelta sia emersa consapevolmente dalla ragione del consultante senza ombre e dubbi. Il consulente filosofico non guarisce, non da speranze però è “chiaro e distinto”. Non confonde ma fornisce stimoli per ottenere risposte da se stessi.

Potete partecipare al consublog all’indirizzo http://consublog.style.it

 

Linguaggio e uso

Il senso di una proposizione (cioè la sua verità o falsità) era data secondo il primo Wittgestein dalla corrispondenza con un fatto, chiamato anche stato di cose. il resto era vanità o non senso, tanto che da Wittgestein era chiamato mistico ossia l'ineffabile, ciò di cui non si può parlare. Se prendiamo come esempio una proposizione che, usando il mezzo blog, ci riguarda da vicino dovremmo dire: il blog è un insieme di caratteri scritti che descrivono un pensiero che si traduce in una pagina da leggere.
Che tristezza.
Anche Wittgestein si rese perfettamente conto che il linguaggio non si riduce a ciò, che non può essere solo espressione di uno stato di cose e che la definizione che ho dato prima (inventata da me, potrei sbagliarmi del definirla alla Wittgestein e aspetto critiche se ciò fosse) è limitante e riduttiva. Potremmo altrettanto dire: il blog è arte o il blog è letteratura, solo che in questo caso avremmo creato una proposizione che difficilmente corrisponde a uno stato di cose e ci addentreremmo nella metafisica e nel mistico appunto perché è estremamente difficile definire cosa è l'arte e cosa è la letteratura e poi l'arte e la letteratura non corrispondono a semplici fatti, sono descrizioni di fatti che nel loro significato implicano molto di più. Sono attività, direbbe Wittgestein ossia chiarificano il pensiero e il linguaggio escludendo dal senso tutto ciò che non corrisponde a stati di cose. Alla fine si arriverebbe al paradosso che l'arte non ha senso cosi come la letteratura. Allora Dovremmo correggere il tiro come fa il secondo Wittgestein (quello delle Richerche filosofiche) e dire che il linguaggio non ha senso se e solo se ad esso corrisponde un fatto o più fatti ma ha plurimi sensi e significati a seconda dell'uso che se ne fa. E allora il blog prende vita e diventa tutto ciò che noi vogliamo, dipende appunto dall'uso che ne facciamo.

Filosofia della Moda

Lo spazio della moda

“La moda è ovunque soprattutto nella nostra testa”. Con questo aforisma cercherò di sintetizzare quanto voglio affermare ora. La moda, abbiamo scritto sopra, è ovunque e in nessuno luogo ossia il suo esserci non è ben definito. Che cosa definisce lo spazio della moda? La percezione che si ha di essa e la conseguente riflessione sul suo esserci. La moda è un fenomeno che invade il mondo ma soprattutto invade l’io. Siamo noi che percepiamo la moda e quindi anche lo spazio moda: dove nasce, dove si sviluppa, sono analisi che senza l’uomo non potrebbero sussistere, la moda è anche un sentita addosso, percepita sul sé e riflettuta sul sé verso l’altro: io mi vesto e mi sento a mio agio, la mia moda mi calza, il mio spazio moda aderisce al mio corpo e mi rappresenta; mi ci sento dentro, mi ci vedo, mi ci riconosco, sono io quello in quello spazio dentro la moda. Questo è uno spazio moda traslato e astratto, sentito. Il sentire la moda, qui vuol dire che il ho trovato il mio spazio moda. Cio’ che va bene a me emi sta bene, è giusto per me; in questo senso la moda crea uno spazio personale che definisce una persona, un carattere e uno stile. Quindi la moda e lo spazio che essa occupa sono responsabili della definizione dell’essenza di ciascuno di noi, che passa attraverso  lo spazio moda.

 

Cosa centra Hegel con la moda?

Il servo ha paura della morte e si pone inerte di fronte all’essere della natura che lo sovrasta. La personal stopper è inerte di fronte alla vetrina e non può’ comprare nulla. È piegata dal carovita. Non ha paura di morire di fame, fra poco ci muore davvero. Il padrone domina il mondo e piega il servo al suo volere, il quale preferisce obbedire piuttosto che affrontare la vita e la morte. La personal shopper è piegata al potere del denaro della signora che serve. Non ha di che realizzarsi e quindi realizza i desideri di qualcun altro. Il servo produce per il suo signore e crea qc che assume una forma: un oggetto, un pranzo, un abito. Diventa artefice e il suo oggetto è indipendente da lui. Ha finalmente creato qc di suo che è frutto del suo fare e si sente realizzato perché ha messo in atto le proprie capacità formatrici. Ma la personal shopper di cosa dovrebbe sentirsi fiera? Che cosa ha realizzato? Lo stile della sua signora? Se la signora non ne ha. Se la signora la lascia fare. Se non è una mera esecutrice ma una realizzatrice di moda e stile, se il suo acquisto è libero come diventa libero il servo quando crea, libero dal prodotto di cui non gode e libero dal signore da cui si allontana avendo ora un modo suo di dominare la vita, la propria creatività. La personal shopper è creativa? In un certo senso si. Crea stili. E allora la via per rendersi davvero indipendente e realizzarsi non è restare al fianco della signora di cui ne subisce le facoltà (in termini di gusto e denaro) ma creare un’attività sua propria magari come consulente d’immagine.

Moda e sport. Complementari?

La moda e lo sport insieme da sempre, interinfluenzabili. Tesi da argomentare chiarendo il significato dei termini. Si può intendere il binomio moda e sport come l’uno il connotato dell’altro: lo sport va di moda, in diverse epoche con diverse modalità ma sempre. Ma non è in questo senso che qui vogliamo esplicitare la tesi iniziale. Quello che ho intenzione di fare è comprendere come i due ambiti, moda e sport intesi come settori sociali e di azione nonché di mercato, siano oggi entrati sempre più in relazione e denotino una particolare espressione del sé, quella dell’apparire. Vorrei evidenziare come l’ambiente sport si intreccia sempre più con l’ambiente moda in varie modalità di espressione. Lo sport è una moda e come ogni moda diviene un fenomeno sociale. La sua evoluzione è simile alla manifestazione di una tendenza. Emerge la tendenza in qualche luogo, viene praticata, viene conosciuta, viene pubblicizzata e poi diventa fenomeno di massa perdendo il connotato di tendenza e divenendo fenomeno sociale. Prendiamo il jogging, modalità di pratica sportiva tipica del mondo anglosassone per cause ambientali: grandi aree verdi e clima temperato. Il jogging era un fenomeno di nicchia, è diventato tendenza negli anni ottanta e ora è fenomeno sociale da cui si sono sviluppate diverse varianti: il running, lo step, l’walking. Tutto ciò ha creato interesse in vari strati della popolazione e nel mercato, tanto che nel settore abbigliamento si è sviluppata un’area tutta dedicata al fitness e in specifico al jogging e alle sue varianti. La moda si intreccia allo sport come accessorio indispensabile. Accessorio perché mettere una tuta o un calzoncino è la stessa cosa a livello pratico, indispensabile perché influenza la propria presentabilità sociale e la propria identificazione con il trendy e con l’in. Essere trendy ed essere in implicano altri connotati nel proprio esserci, nel proprio manifestarsi. Chi è trendy, è informato e ha disponibilità economiche o almeno lo fa credere. Chi è in non solo è trendy, ma lo è in maniera personalizzata, ha trasformato il trendy in stile personale. Vi faccio un esempio: Madonna è in, Victoria Beckham è trendy. La prima inventa e personalizza, la seconda si adegua. Questo è uno dei tanti modi in cui il binomio moda e sport si legano. Lo sport ha influenzato in maniera pregnante la moda tanto che tutta un’area del casual ha preso spunto dallo sport. Tessuti sempre più leggeri, tecnologici: non si stirano, si asciugano presto, lasciano respirare le pelle; queste esigenze, proprie degli sportivi, sono diventate d’uso comune e hanno fatto tendenza influenzando vari brand che hanno copiato tali idee e le hanno massificate. Oggi tendiamo a scegliere questo tipo di abbigliamento perché pratico e comodo ma anche perché bello. La bellezza nell’abbigliamento sportivo è una novità degli anni 90 2000 che tutti APPREZZANO anche gli stessi sportivi. In questo caso prima lo sport ha influenzato la MODA poi la moda ha influenzato lo sport. Lo sportivo è spesso trendy e si presenta tale sul campo di gara e fuori. Viene usato come testimonial di varie marche sportive e non, perché il suo esserci nel mondo è di moda e così il suo apparire rispecchia la moda. Essere di moda per prestazioni sportive crea il personaggio che diventa esso stesso fenomeno di moda.
Fino a qui abbiamo visto gli intrecci più comuni fra moda e sport che si sono manifestati a livello sociale negli ultimi anni. Ma perché ciò è avvenuto? Cosa ha provocato tale interscambiabilità? Qui adopero temi già trattati in alcuni articoli e brevi saggi pubblicati in rete che sono secondo me dei ritorni imprescindibili. Nel nostro tempo si è praticato un sempre più esigente e attento culto del corpo. Il corpo è la nostra vetrina e il nostro biglietto da visita. In una società dedita all’immagine e pregna di immagini come la nostra, il corpo è ciò che si manifesta per primo e che per primo viene osservato e apprezzato. Chi ha un bel corpo è socialmente accettato immediatamente, non deve dimostrare nulla, almeno all’inizio di qualsiasi rapporto e relazione. Poi saranno importanti altre doti: quali l’intelligenza nel porsi ma al momento dell’incontro ciò che viene guardato è il corpo. E ciò vale sia per la componente maschile che per quella femminile, si va verso l’oggettivazione della persona, nel momento dell’incontro, preludio del riconoscimento dell’altro, ci si presenta con il corpo e solo con quello. Si vive sempre di più e sempre con maggiori agii, ciò ha portato ad apprezzare in maniera forte il lato estetico del nostro esserci e quindi il corpo. Il corpo va curato, il corpo va abbellito. Ed ecco allora il binomio moda e sport: si cura il corpo con lo sport e lo si fa in bello stile. Lo stile è diventato un connotato del benessere sociale ed esistenziale. Se hai stile, stai bene con te stesso e con gli altri. Ciò significa che hai acquisito un certo status sociale ma anche che stai bene con te stesso e sai gestire le relazioni. Lo stile è sinonimo di sicurezza del sé e della gestione corretta della relazione con l’altro. Il culto del corpo significa bellezza e salute, due valori della società contemporanea che sono in continua evoluzione e assumono connotati sociali (che ho già descritto), psicologici e psicanalitici: piacersi è piacere all’altro e aiuta nella relazione normale e amorosa. La componente libidica lavora sotto ai rapporti e li influenza, il corpo è il veicolo di tale lavorio. Lavorare con un collega o una collega piacevole a vedersi allieta il tempo trascorso insieme e quindi anche il risultato. Essere belli è sempre più importante per tutti e a tutti i livelli. Il binomio moda e sport è in funzione di tale mitizzazione del sé esteriore.

La moda inganna?

Si può attribuire un carattere etico alla moda intesa come arte? La moda inganna come ingannava l’arte secondo Platone? La moda è illusione, è una coperta bella che maschera brutture di vario genere. Si può indossare un abito per nascondere una bruttura del proprio corpo e del proprio animo. “Ridi Pagliaccio” canta la famosa aria ma in realtà è un riso amaro e disperato. Il pagliaccio indossa un abito che diviene la maschera di se stesso. Anche la moda può arrivare a tanto, la prostituta indossa ogni giorno una maschera di sé e investe un ruolo che allontana dal vero sé come l’arte di Platone allontanava dal vero essere. Più semplicemente si puo’ vestire un abito a seconda dell’occasione e mascherarsi per tale occasione inscenando un altro sé. Faccio un esempio: sono ad una cena elegante e indosso un abito da sera, adatto all’occasione. Tale abito non mi rappresenta perché quotidianamente indosso jeans e sneakers però per l’occasione non potevo esimermi e mi sento fuori di me, fuori dal mio vero io tanto che tradisco l’impaccio. (l’abito copre e svela allo stesso tempo la mia reale natura). E ancora voglio sembrare ciò che non sono e quindi compro abiti firmati per manifestare uno status socioeconomico che non mi appartiene, allontano l’altro dal mio vero status (può valere l’esatto contrario e se l’altro indaga su di me presto la maschera viene svelata perché dietro l’abito non vi è la sostanza), non vi è un sé che l’abito invece illude di rappresentare a me e all’altro che mi osserva. Consapevoli di ciò, siamo liberi di ingannare ma non riveleremo il nostro vero essere a meno che non dichiariamo l’inganno. Il pagliaccio si presenta come un pagliaccio, la sua maschera è sincera e quindi nella sua essenza reale. La prostituta propone a chiare lettere il suo ruolo e può rivelare il sotteso, il nascosto del sé nel dialogo sporadico che avviene con l’altro anche scegliendo il silenzio e ponendosi in quel momento solo come corpo, come oggetto del puro piacere sessuale. Colui che si abbiglia per mascherare il proprio sé non è sincero e allora usa la moda come inganno, come arte dell’inganno; non rivela il proprio sé né tanto meno le proprie reali intenzioni: ingannare l’altro. Allora la moda in questo senso assume una valenza negativa perché vela il reale sé sotteso al reale nascosto da abiti falsi, ingannatori. Nietzsche sostiene che l’arte inganna nel momento in cui non se ne rivela il suo vero scopo e il suo vero status che è quello di interpretare il reale e di farlo alla maniera della favola. La favola, si sa, è mera narrazione, non pretende di essere vera, sa fornire un senso però e il suo status di favola è ben chiaro. Se io assumo un ruolo con un abito e dichiaro che questo è il mio abito di scena (pagliaccio) o di lavoro (prostituta) ho dichiarato il mio status e anche se esso non corrisponde al vero essere che sono io, vi è dichiaratamente un margine di verità, almeno nell’intento: dichiarare che in parte io sto mascherando e velando il mio vero essere.

Dalla moda borghese alla moda popolare

Ci sono le tendenze che differenziano periodi seppur brevi di “mode” (per es. oggigiorno va di moda la berretta che ha rappresentato il rapper fino agli novanta e che ora è di tutte le classi sociali e di tutte le fasce d’età, è il classico esempio di un prodotto di nicchia che risponde ad un bisogno ed uso sociale ben preciso e che poi diventa fenomeno di moda nel momento che rappresenta una tendenza, la tendenza al giovanilismo imperante. Il secolo diciannovesimo è il secolo del borghese e la moda veste il borghese più che il nobile che rimane legato ai propri scomodi abiti e ai propri tessuti preziosi nelle occasioni cerimoniali e che si accosta invece alla moda più semplice del borghese per il quotidiano. Diciamo che se politicamente e socialmente il nobile si imborghesisce ossia non resta più chiuso nel suo mondo privilegiato ma si apre alla società e alla politica facendo concorrenza al borghese stesso che si è guadagnato tali posizioni, la moda pensata per il borghese e veste anche il nobile. Gli abiti sono più semplici hanno linee meno elaborate e sono più pratici. Tanto è vero che se si guardano i dipinti che rappresentano scene sociali dell’ottocento si fatica a distinguere la famiglia borghese da quella nobile; le due realtà si sono mischiate, la borghesia tende ad assumere usi e costumi della nobiltà e viceversa. Il secolo scorso è invece il secolo della moda popolare e alcuni capi la rappresentano in maniera assolutamente degna; essi sono il jeans e la t-shirt. Indumenti del popolo dei lavoratori sono divenuti di tutti con l’avanzare del secolo fino ad essere considerati must nell’armadio di ciascuno di noi. Alzi la mano chi non ha un paio di jeans e una maglietta nei cassettoni di casa.

Lo stile

Frutto di abitudine, creato e riconosciuto, non è moda; fa la moda e ne prende solo alcuni elementi: quelli che seguono e sono consoni al gusto personale. Prescinde dalla moda, la anticipa e la crea, è un modello costante, un principio della moda. Lo stile è personale mentre la moda è sociale. Lo stile trascende la società e diviene anche modello mentre la moda rispecchia la società ed è frutto del tempo. Lo stile dura nel tempo e si riconosce anche con il passare della moda.

Innanzitutto bisogna creare uno stile. Come si crea? Con l’accostamento sapiente di alcuni fattori. Per descrivere ciò userò il mio stile personale e lo stile di uno stilista noto e affermato a cui si attribuisce uno stile unico e identificabile in tutto il mondo da sempre: lo stile Armani.

Partiamo dal più noto: lo stile Armani. Identificabile fin dalle prime sfilate ha alcune caratteristiche comuni che si mantengono nel tempo: le linee fluide e morbide, i tessuti pregiati, i tagli definiti, il minimalismo anche quando è ricco nei ricami e nei preziosi. Riesce a renderli sempre armoniosi e quindi perfetti. Il suo stile anticipa ogni sfilata, ogni stagione e ogni tendenza, passa attraverso le tendenze si amalgama con esse emergendo sempre in quanto identificabile e riconoscibile. Se vediamo un abito Armani, lo riconosciamo subito: il taglio è lo stesso, lineare con decolleté sempre appena accennati e abiti dritti nella parte alta e leggermente ondulati sotto. Le stoffe sempre preziose; i colori per lo più neutri e accostati al massimo a due e non di più. Il blu e il nero sono i prediletti. Ecco lo stile Armani. Qualcosa che rimane sempre uguale a se stesso pur modificandosi nell’abito alla moda. Come dire: la moda passa e lo stile resta. Il vintage è l’esempio di quanto sto affermando perché ripropone uno stile in voga negli anni ’80 ancora attuale e facilmente identificabile nell’aggettivo glamour. Glamour allora significava lusso e ricchezza e oggi significa esosità e ostentazione ma è sempre lo stesso stile ed esprime sempre lo stesso bisogno, quello del lusso posseduto negli anni 80 ed evocato e mitizzato oggi perché non esiste più.

Lo stile è un modo di essere, permane e si riflette in altro: in un vestito, in un accessorio ricorrente. La moda di indossare l’orologio sopra il polsino denota uno stile (alternativo e eccentrico) che definisce chi lo ha inventato e lo ha fatto proprio. Il mio stile? Non indossare troppi gioielli: un anello o gli orecchini; una collana o un bracciale mai tutto insieme, il troppo stroppia. Il mio stile è minimale: pochi colori e pochi accessori, è stilizzato: linee diritte o geometriche. L’ho curato e affinato nel tempo, conoscendo anche la mia persona e rivelandola attraverso il mio stile. So cosa mi sta meglio e cosa no. Cosa mi dona e cosa no. Il mio stile rivela il mio modo d’essere e la mia persona. Lo stile non è l’eleganza. Non sempre l’uno implica l’altra ma non vale nemmeno per il viceversa. Una persona può esser elegante ma non avere alcuno stile. Indossa un abito preconfezionato e che le risulta addosso come posticcio. Elegante si ma posticcio. Pensate a uno smoking che è sicuramente un abito elegante ma non sta bene a tutti. Lo stile aderisce all’essere della persona e diventa tutt’uno con essa perché serve a rivelarne i tratti essenziali: caratteriali e personali. Una persona schiva non indosserà mai un paio di occhiali arancio. Una persona timida magari si per attirare l’attenzione su dì sé con qualcosa che non implichi un ulteriore sforzo emotivo. Una persona eccentrica e disinvolta avrà spesso un abbigliamento casual, una persona più rigida si sentirà a suo agio con maglione e camicia e pantaloni con la riga. Lo stile si modella in base all’essenza di ciascuno e ha connotazioni permanenti nel tempo che trascendono la caducità e la brevità di qualsiasi moda. Ognuno di noi ha uno stile: esso si vede negli atteggiamenti (nel modo di parlare e gesticolare ad es.), nell’andamento (il modo di camminare e di muoversi in genere); nel comportamento (urlo o parlo a bassa voce). Sono tutti adeguamenti dell’uomo all’ambiente che si formano da bambino e adolescente e permangono nel corso del tempo. Magari vengono smussati, limati e migliorati ma rimangono tendenzialmente a definire la nostra persona. L’abbigliamento e gli accessori aggiungono dettagli al nostro stile e lo caratterizzano e ne rimarcano i tratti estetici rendendo chiari anche quelli ontologici (l’esempio degli occhiali di prima chiarifica quanto dico: l’eccentrico con gli occhiali colorati e fluorescenti, lo schivo con gli occhiali neri o trasparenti).

Avere stile però non significa costruirsi uno stile; tale definizione assume una connotazione positiva che lo stile in sé non ha; avere stile significa che si sa adeguare se stessi alla situazione in maniera impeccabile, quasi perfetta; si ha la capacità di rispondere con un ‘immagine di sé che è in conformità all’ambiente e alla situazione. Lo stile in sé che ciascuno si crea può essere adeguato all’ambiente ma anche alternativo od opposto ad esso. Andare al lavoro in banca con i jeans non rende conformi all’ambiente ma definisce uno stile proprio anticonformista. Avere stile non significa esser conformisti comunque ma sapersi distinguere in un luogo e in una situazione anche con originalità ma senza stonare. Ecco: proponendo sé nella maniera migliore possibile e trovando un equilibrio perfetto tra sé e ciò che ci circonda. Chi ha stile spicca ma non troppo; spicca per farsi notare senza arrivare a rompere l’armonia fra è sé e l’altro, fra sé e ciò che lo circonda.

La tendenza

Tendenza deriva da tendere (tirare, tracciare) a qualcosa. Nel significato letterale di tirare e tracciare vi si trova un connotato interessante, quello del tracciato. Io, mentre faccio tendenza, traccio una via, “disegno” uno stile. Muovo gli altri verso qualcosa che io stesso ho ideato. La tendenza è come l’idea platonica che funge da modello per essere copiata dagli esseri sensibili. Noi siamo gli esseri sensibili e la tendenza è l’idea. L’idea partecipa del nostro essere nel mondo attraverso il suo vestirci, il suo esserci nel nostro esserci qui ed ora come luoghi di tendenza, incontri di tendenza. La tendenza è una strada da percorrere che accomuna per un certo tempo gli uomini di un luogo o di più luoghi. Attraverso la globalizzazione e internet quale mezzo di diffusione di immagini e suoni e voci la tendenza si muove secondo un percorso trasversale e sincronizzato. La tendenza di New York è la stessa di Roma con le varianti definite dall’ambiente. Ad esempio se a New York è chic il cappello per gran parte dell’anno, a Roma solo sarà solo per un mese o due per via delle differenti condizioni climatiche e differenti usi già radicati. La tendenza non è un qualcosa di nitido e definito, è seguire la strada tracciata da altri per farla propria. Nel seguire tale strada si possono percorrere tracciati che si scindono dalla linea originale e ne deviano il percorso o semplicemente si definiscono su vie parallele. Guardiamo ad esempio alla tendenza di gestire un blog. Il blog è un diario on line e come tale ha creato una tendenza ma nel suo uso e stile ha subito vari percorsi e tracciati che ne hanno fatto un fenomeno di rete massiccio e globale. La tendenza dà una piega all’esserci nel mondo che da il via ad altre pieghe similari. Non si sa dove finisce, la sua teleologia è vaga e indefinita.

Fragilità e moda

Perché questo accostamento?

Perché la moda è di per sé fragile, dura meno di una stagione, si modifica continuamente cercando di adeguarsi al gusto, alla società.

Ma spesso è la società che fa la moda scartando questo e salvando quello. La moda subisce gli influssi del quotidiano e spesso cerca di tradurli in oggetto. Per usare un termine hegelo-marxista li oggettivizza; la loro durata è variabile e soggetta alle contingenze spazio-temporali che deve subire. Questo dal punto di vista della moda. Ma la riflessione può essere analizzata anche da un altro punto di vista, quello del soggetto che veste moda.

Colui che indossa l’abito di moda ne ha bisogno?

Lo cerca per ottenere consenso?

Per essere riconosciuto nel contesto sociale?

Per darsi un ruolo?

Per riconoscersi in tale ruolo?

La personalità non dovrebbe prescindere dall’abito indossato ed esso fare solo da corollario? Spesso si cerca l’abito per darsi un tono, per essere una persona che in realtà non si è. In questo la moda permette di identificare una fragilità, quella della persona che se ne rende schiava.


L'essenza dell'eleganza

Mi sovviene spesso alla mente un tema pensando alla moda e al suo mondo, l’eleganza. Penso a quanto siano chic le donne francesi con i loro capelli raccolti e i loro tailleurs e a quanto siano eleganti le matrone meridionali con i loro decolleté ricchi ma mai troppo vistosi oppure a quanto siano austere le donne orientali ed eleganti nella loro fierezza. A quanto possa essere elegante un’ indiana d’America nella sua natura selvaggia. L’eleganza non ha a che fare con lo stile. Lo stile veste l’eleganza con un abito o un dettaglio. Ma l’eleganza si legge in un gesto, in un movimento, in uno sguardo, a come appoggi la gamba quando ti alzi dalla sedia o riponi la borsetta sul sedile posteriore dell’auto o ancora dai il cappotto al custode all’ingresso del teatro prima che inizi lo spettacolo. L’eleganza è un’arte raffinabile ma fa parte della natura umana. Uno nasce elegante, è difficile che lo diventi, potrò migliorare ma è o non è. Lo stile si costruisce e si modifica nel tempo, l’eleganza rimane perché eterna.

 

Filosofia della moda, Modi e mode

Ci sono le mode che esprimono modi di essere dell’uomo dall’antichità ad oggi e i modi delle mode che sono espressioni di tali modi d’essere, un modo d’essere odierno tutto italiano: girare con il telefonino in tasca e l’i-pod nelle orecchie. E’ un modo di essere che è divenuto una moda, una tendenza che tocca varie generazioni: dal ragazzino che si mette I-pod nelle orecchie e se lo stacca solo per rispondere al sms, all’adulto che si mette i-opod mentre fa footing o walking e se lo toglie solo se riceve la chiamata d’affari o quella dell’amante. Modi d’essere, modi di esprimersi ma anche di omologarsi a un mercato che ci influenza, volenti o nolenti, perchè la tecnologia e l’elettronica piacciono all’italiano che in casa ha il caminetto e fuori viaggia supertecnologizzato e moderno; perchè in casa ha la suocera e fuori: due i-book, tre telefonini e quattro palmari e i-pod si diverse taglie e dimensioni. Magari da abbinare alle scarpe. Italiani, che passione!

 

Filosofia dello sport

Un giudice soggettivo

Ogni giudice lo è in quanto essere umano e persona. Ognuno ha sopra di se la legge sovrana che però interpreta e applica. Ognuno ha una coscienza a cui risponde. Di certo ha un compito impopolare e difficile. In una contemporaneità dove le regole stanno strette, anzi strettissime, dove il gioco è sfogo e divertimento, proporsi come un sostenitore delle stesse e un suo difensore per definizione non rende il compito facile ma necessario. Il giudice di gara fa parte del gioco, ne è il simbolo della tutela delle regole e quindi della sua esecuzione, della sua stessa esistenza. Non esiste gioco senza regole e non ci sono regole senza gioco. L’obiettività è la sua bandiera e l’integrità il suo baluardo.
Il giudice di gara rappresenta l’imparzialità obiettiva possibile per un soggetto. E’ una contraddizione in termini: il soggetto tutela e propone un che di oggettivo ma come sempre lo interpreta e quindi lo fa soggettivamente. Ma l’obiettività deve essere garantita. Allora si chiama in campo la virtu: l’habitus a resistere alla tentazione di preferire questo e quello, di punire al di là del ruolo per idiosincrasia. Ci verrebbe da dire che per essere buoni arbitri bisognerebbe non essere umani, macchine. Infatti la moviola è una macchina, le riprese lo sono ma il giudizio rimane personale, umano. Ognuno giudica se stesso e i propri simili. Una macchina propone un giudizio standardizzato: l’uomo è complesso e anche nel gioco ha bisogno di giudici flessibili che sappiano applicare e interpretare oltre la mera probabilità statistica che la macchina calcola. La soggettività umana, per quanto paradossale possa essere, garantisce la miglior obiettività di giudizio perché conosce e comprende i propri simili. La macchina non ha queste doti. Nel gioco ci sono giocatori e l’arbitro fa parte del gioco, gioca con gli altri. Solo che il suo ruolo è super partes.
Ogni volta che ci si affida ad un giudice unico ci si deve fidare di lui e nell’arbitro è riposta la fiducia di tutti: atleti e pubblico. La fiducia nell’arbitro è la fiducia nell’uomo, nelle sue competenze, nella sua lucidità, nella sua corretta posizione in campo, nel suo giudizio sportivo. Che significa giudizio sportivo? E’ un giudizio che si basa sul rispetto delle regole (vero elemento obiettivo della gara) e nella loro tutela e applicazione da parte del direttore di gara. Quale è il mezzo attraverso cui l’arbitro si erge a giudice e applica le regole sovrane? Il giudizio inappellabile che, dopo essere stato pronunciato, non è revocabile. Per fortuna sennò le gare non avrebbero mai fine e l’emozione della sconfitta e della vittoria andrebbero perse perché vivono anche del giudizio arbitrale. Il punto di vista dell’arbitro è come quello del filosofo, a 360 gradi, il più possibile onnicomprensivo ma anche consapevole della propria fallibilità che costringe il giudice all’attenzione e alla correttezza in campo: so di poter fallire e cercherò di non farlo nel migliore dei modi possibili.

La bellezza passa dallo sport


L’atleta classico (mi riferisco all’atleta-modello dell’Antica Grecia) aveva un culto perfetto del proprio corpo, preparato con la costanza e finalizzato alla battaglia o ai giochi olimpici e si diceva bello. Dove bello era anche buono nel senso di virtuoso, capace di agire per il meglio in determinate circostanze, valutate con la ragione e realizzate nella pratica con il corpo. Bello e buono in greco (agathon) sono sempre insieme, non si separano; sono ciò che per noi è la mente dal corpo: in dialogo costante, in simbiosi. E allora ciò che appare belle, è bello, di una bellezza costruita, scolpita, si può dire con la costanza, la fatica e il sudore, con l’allenamento. Esibire un corpo bello per lo sportivo è un traguardo, un valore aggiunto, un valore in sé. Un traguardo perché il corpo bello è il corpo armonioso, la sua armonia è frutto di una preparazione equilibrata, costruita attraverso il lavoro della mente sul corpo: la mente esorta il corpo alla fatica, all’equilibrio di una dieta sana e di un allenamento costante ma non forzato, non eccessivo. L’allenamento eccessivo porta ad un corpo sformato, sproporzionato, troppo grosso. L’assenza di armonia indica bruttezza. Il risultato del lavoro sul corpo gratifica la mente con la sua bellezza. Io mi vedo bello e mi sento bello: non solo esteriormente ma interiormente in quanto mi sento sano. Un corpo bello è un corpo sano: buono. C’è una differenza fra la magrezza eccessiva (che patologicamente diviene anoressia) e la magrezza costruita attraverso lo sport. La prima è brutta a vedersi in quanto spigolosa e sproporzionata, la seconda, quando il risultato è buono o addirittura perfetto, è bella a vedersi in quanto armoniosa e ben strutturata. Ciò dà alla mente la gioia che è la letizia del proprio sforzo, dell’aver raggiunto la perfezione della propria esteriorità e dona il piacere del godimento della visione del sé. Il corpo bello aggiunge valore all’atleta che diventa la migliore immagine di sé, la miglior propaganda della propria attività, della propria virtù. Il corpo bello a vedersi è piacevole, tutti ne godono: dall’atleta al pubblico che lo apprezza in campo come fuori, sulle copertine di una rivista. Ecco perché sempre più sportivi sono chiamati dal mondo della moda a presentare un modello di bellezza che è anche buona (sana e virtuosa, ricordiamo l’agathon). Essa è un messaggio positivo educante: Fate sport e sarete belli e buoni, gloriosi e virtuosi. Il corpo bello dello sportivo diventa modello educativo, è presentazione del proprio sudore finalizzato al risultato che si manifesta anche nel bell’effetto che fa. La bellezza è un valore in sé. Il bello è un valore universale di per sé. Da tutti accettato e da tutti apprezzato, goduto; chi possiede la bellezza gode di questo valore. Se la bellezza di un corpo atletico è poi il risultato di un lavoro, di una fatica, diventa virtù, diventa abitudine ad esibirla e quindi a costruirla e a guardarla da parte di chi ne gode, che ne apprezza anche il valore sotteso.

L’atleta e la sua grupie

Nello sport troviamo un modello del passato che si rinnova

Ho già parlato altrove del tifo. Come al solito mi concentro sul rapporto che sussiste fra atleta e il suo mondo e sulla relazione che si crea fra l’atleta e chi dialoga e interagisce con lui. Ho notato che soprattutto nel mondo del calcio e in maniera meno evidente in altri sport come il ciclismo, l’automobilismo e il motociciclismo l’atleta è seguito da un tifo particolare, quello della grupie.

Rubo il termine alla musica per definire una fan che entra nella vita privata del suo eroe e stabilisce con lui un dialogo intimo che va al di là della sua presenza sul campo di gara e del suo ruolo di incitatrice. Parlo prevalentemente al femminile perché è un fenomeno, quello della grupie sportiva, che secondo me si manifesta solo in presenza di atleti maschi. La grupie è una donna ed assume alcuni stereotipi femminili duri a morire: è il bell’oggetto accanto all’idolo. Non me ne vogliano le tifose che leggeranno perché non mi riferisco a tutte le donne ma solo ad una tipologia e perché se osserveranno il mondo che frequentan , si renderanno conto che questo che descrivo è un fenomeno in evoluzione e presente nei luoghi sportivi. In evoluzione perché la grupie è spesso ora come allora una testa pensante, non solo un oggetto e usa sé come oggetto piuttosto perciò la grupie non solo si organizza ma segue e programma la propria attività di fan divenendo essa stessa fenomeno di moda accanto a chi è oggetto di comunicazione: l’atleta. In evoluzione perché la grupie da spettatrice passiva assume spesso il ruolo di consulente e compagna dell’atleta a lei vicino.

Perché si verifica il fenomeno grupie-atleta? Quali connotati evidenzia tale relazione? Proviamo a rifletterci. Innanzi tutto la grupie e non le grupie: una sola persona segue accanitamente il suo eroe e spesso condivide con lui vita pubblica e privata. Può essere una fan che poi approfondisce la relazione al di là del campo di gara o una persona conosciuta privatamente che diviene la prima fan dell’atleta, colei che ne condivide gioie e dolori in campo e fuori. Poterebbe essere semplicemente la sua compagna di vita e spesso ciò accade. Ma la grupie nasce con altre esigenze che accompagnano sia lei che colui che gode delle sue attenzioni. La grupie vede nell’atleta l’oggetto del desiderio; l’eroe che vince in battaglia e la fa sognare. La componente erotica di questo rapporto è molto forte e sicuramente molto piacevole per entrambi: lei si identifica nell’eroe vincente, lui ha il suo trofeo da esibire. La grupie diviene essa stessa oggetto del desiderio dell’atleta che con lei stabilisce un dialogo prevalentemente corporeo; esso si basa sugli sguardi e le intese sul campo di gara e sul contatto fisico fuori dal campo. Ciò non esclude una relazione più stabile e meno carnale ma il tutto parte dal corpo. Il senso del possesso prevalentemente maschile viene sfogato dall’atleta grazie al possesso della grupie, essa incarna nello stesso tempo la donna oggetto, ideale maschile, la donna trofeo. D’altra parte la grupie sportiva ama il suo eroe, lo apprezza proprio perché modello vincente, anch’esso, se vogliamo, da esibire come trofeo e il gioco delle parti si inverte: tu sei il mio oggetto e io sono fiera e godo delle tue prestazioni che io non riesco a raggiungere non voglio raggiungere, le vivo attraverso il tuo gesto atletico che diviene eroico e quindi da mitizzare e esaltare. Tu godi della mi bella presenza e te ne vanti quasi io fossi una continuazione della vittoria che dal capo si porta fuori campo. Se la relazione fra i due si stabilizza e il dialogo si approfondisce il ruolo di grupie è terminato e lei diventa la donna del campione.

L'educazione passa dallo sport

Questo post apparirà su entrambi i miei blog di Google perché credo fermamente nel valore educativo dello sport. Lo sport educa la mente attraverso il corpo. Gli antichi, greci e romani, avevano talmente chiaro il concetto da renderlo parte integrante dell'educazione del fanciullo fin dalla tenera età. Platone, il più astratto dei filosofi, apprezzava lo sport quanto la matematica e nell'educazione del futuro governante non c'era solo la filosofia ma c'era l'attività fisica. Noi contemporanei, dopo anni di vita sedentaria nelle nostre poltrone d'ufficio, riscopriamo il valore dell'attività sportiva e sembra che anche il Governo, oramai decaduto, ne abbia appreso l'importanza permettendo (nella finanziaria è previsto) di detrarre dalle tasse una percentuale per le attività sportive dei propri figli.
Cosa insegna lo sport? Insegna la costante educazione alla fatica e al rigore nonché l'allenamento all'esercizio. Valori indispensabili nel quotidiano di ognuno da bambini fino alla vecchiaia. Portare a termine un compito fa parte della vita, continuare anche quando ci si sente sconfitti aiuta a rispondere alle disfatte e a trovare soluzioni. Lo sport come la filosofia allena la mente perché propone alternative alla resa. Non arrendersi nel mondo feroce e individualista che oggi ci troviamo di fronte è una grande risorsa e lo sport la propone come modus operandi costante.

La sconfitta

Tappa obbligata nel percorso di un atleta, la sconfitta forma. Come ogni esperienza ha il suo valore formativo a patto che la si valuti con il giusto peso e la giusta misura. Nel dialogo io-tu la sconfitta diventa protagonista e diventa il tu. Uno spauracchio da superare e ridurre alla memoria dell’io. Un fantasma che pesa sulla coscienza dell’atleta perché comunque è portatrice di elementi negativi sia per il prestigio sia per la carriera sia per l’auto stima dell’atleta. La sconfitta è come un mostro dalle mille teste e dalle innumerevoli sfumature. Implica differenti riflessioni su di sé, sul rapporto con il proprio io (sia mente sia corpo). Deve essere accettata dall’atleta, interiorizzata come parte del sé per attribuirle il giusto valore e per assumerla come esperienza di crescita e non semplicemente come fallimento. La sconfitta non è solo un fallimento, è un passaggio, è un’occasione per riflettere si di sé: sulle proprie aspettative, sui propri obiettivi e sui propri errori. Il feedback della sconfitta ricade primieramente sul corpo. Il corpo sconfitto si sente sfiancato, debilitato, distrutto, annientato. Il peso del fallimento lo tocca facendo emergere tutta la stanchezza e l’inutilità degli sforzi compiuti. Nel dialogo io- tu non bisogna lasciare alla sconfitta il predominio né lasciare che il corpo prenda il sopravvento sulla mente. Bisogna digerire, fagocitare il momento di sconforto e passare oltre. Il passare oltre implica una grande riflessione su quanto avvenuto. Non si può dimenticare e basta. La sconfitta non sarebbe accettata e di conseguenza non sarebbe interiorizzata nel modo corretto. Bisogna comprendere i motivi che l’ hanno provocata ed accettarli come momento di crescita e di accettazione del sé in quanto fallibile. L’abbiamo già più volte ribadito, l’atleta non è un Dio e pertanto fallisce come ogni essere imperfetto. La sconfitta può essere causata da diversi fattori: la sfortuna, l’assenza di preparazione, un infortunio non previsto, un incidente sul campo, una preparazione inadeguata, uno scarso convincimento delle proprie abilità. Qualsiasi sia il motivo della sconfitta, esso deve essere individuato e accettato dall’io che lo usa come modello negativo, da non ripetere. E’ una riflessione su di sé e sulle proprie abilità che deve essere fatta considerando anche tutte le circostanze che attenuano la colpa. Ma la sconfitta implica un’assunzione di responsabilità e tale assunzione implica una presa di coscienza dell’errore compiuto, perché la sconfitta è conseguenza di errori. Tali errori possono essere in parte indipendenti dall’atleta o dalla squadra e la fortuna sicuramente ha la sua parte. Ma la sconfitta ha una causa o più cause e alcune di esse risalgono all’io e al suo rapporto con sé e con il proprio corpo. La domanda più plausibile che ci si deve porre è: Dove ho mancato, dove non ho sentito il mio corpo? Dove l’ho perso per strada, dove sono caduto nel controllo del corpo da parte della mia mente? Trovando risposte a queste domande la sconfitta assumerà il reale valore per la quale essa guadagna il connotato di esperienza e diventa davvero
formante.

L'essenza dell'invidia

La religione cattolica pone l'invidia fra i sette peccati capitali, ed esso è forse il più antipatico di tutti. Se proviamo un po' di compassione verso i pigri, quando pigri non siamo, verso i lussuriosi, è un peccato latente in ogni essere umano, verso i golosi, a chi non piace la cioccolata o il gelato, per l'invidia non proviamo pietà perché tra i peccati capitali è quello che coinvolge di più l'altro in quanto oggetto dell'invida è sempre un'altra persona migliore di quella che invidia. La persona invidiata, spesso ignara di questo sentimento nei propri confronti, è amica o benevola verso l'invidioso, gli ha dato consigli, gli ha offerto la propria amicizia, ma l'invidioso che è anche subdolo si finge amico per carpire segreti e debolezze e sfruttarle poi per sferrare un attacco di vendetta che si può protrarre nel tempo anche molto lontano rispetto magari a un torto subito o che si pensa (è più vera la seconda ipotesi) di aver subito. L'invidioso, essendo un essere inferiore, è cattivo, della cattiveria propria dei vili, non della cattiveria intelligente dei folli che fanno danni totali ma sempre con un disegno razionale degno di lode. No, è una cattiveria stupida, voluta solo per ferire che però se viene scoperta rende l'invidioso oltre che vile anche disprezzabile agli occhi dei più che lo denoteranno proprio di quelle accezioni che egli vuole evitare e lo renderanno ancora più meschino esaltando l'invidiato. Ecco che l'invidioso ottiene qualche volta che le sue cattiverie diventino un boomerang. Il consiglio che diamo all'invidioso è : non invidiare e se proprio non ci riesci , cerca di ferire l'altro con maggiore intelligenza in modo da non farti scoprire per quel che sei ossia un mero vigliacco e ipocrita.
Il gesuita Roberto Bellarmino definisce l'invida efficacemente così: "Un peccato per il quale l'uomo ha dispiacere del bene d'altri, perché gli pare che diminuisca la grandezza propria.
Ma, scrivo io: esiste tale grandezza? E' in grado l'invidioso di valutare sé obiettivamente? Di rapportarsi degnamente all'altro? Desidera essere riconosciuto dall'altro per ciò che veramente è?