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Articoli di Cristina Finazzi
Il consublog COSA SIGNIFICA PER VOI ESSERE DONNA? SI PUÒ PARLARE, SECONDO VOI, DI UN MODO TIPICAMENTE FEMMINILE DI PENSARE LA REALTÀ? “RATIO” SIGNIFICA “MISURA”, CRITERIO DI MISURA. È CORRETTO PARLARE DI UNA RATIO AL FEMMINILE, DI UN MINIMO COMUN DENOMINATORE CHE CONTRADDISTINGUE IL VOSTRO APPROCCIO ALLA VITA? LE ANTICHE CATEGORIE BASATE SUL DOPPIO YIN/YIANG, MASCHIO/FEMMINA, RAGIONE/SENTIMENTO, GUERRA/PACE, FORZA/DEBOLEZZA, ECC., A VOSTRO AVVISO, SONO ANCORA DOTATE DI SENSO? COME VIVETE/AVETE VISSUTO IN QUANTO DONNE LA VOSTRA ESPERIENZA DI INCONTRO CON LA FILOSOFIA DURANTE IL LICEO? il 26 maggio 2008 alle ore 17.00 sono stato invitato a tenere una conferenza/incontro sul tema LA CONSULENZA FILOSOFICA E IL LINGUAGGIO DELLE EMOZIONI: UNA RAZIONALITÀ AL “FEMMINILE”? nel quadro della manifestazione ‘ISOLINA E LE ALTRE…’ Mostra d’arte contemporanea sulla condizione femminile e sulla violenza sulle donne (Palazzo Marcotulli, Rieti, Via Garibaldi 241).
Io qui posso presentare la mia posizione e magari partire
da questa e dalla proposta del nostro consulente per vedere se è
vero un assunto del genere. Io mi occupo di filosofia dello sport e
della moda: due mondi che non appartengono alle donne, anzi soprattutto
il primo è prevalentemente maschile. E allora io contraddico
l'assunto di cui sopra perchè mi occupo di qulcosa che solitamente
è appannaggio degli uomini. Ma il problema non è tanto
il cosa ma il come e il perchè. Credo che la differenza nell'approccio
filosofico non stia tanto nel perchè: mi occupo di moda perchè
mi piace e mi diverte e mi occupo di sport per lo stesso motivo. Ciò
mi accomuna a molti uomini. E allora: è il come: la donna usa
la propria razionalità ed è in grado di argomentare nello
stesso modo in cui lo fanno gli uomini ma l'approccio è diverso.
Lo fa quasi sempre per passione; non per provocazione nè per
altri interessi. Per passione. Insomma ciò che la riguarda deve
essere amato sennò non ci sono stimoli; aveva ragione Nietzsche
quando diceva che donna sa solo mare o odiare, non ci sono vie di mezzo.
Ecco credo che l'apppoccio femminile alla filosofia parta dal sentimento:
amore o dolore e poi si svuluppi nella razionalità. Gli uomini
slegano molto più nitidamente amore e ragione. Esperimenti di filosofia pratica in rete La consulenza filosofica. Il facile è trovare i consultanti. Ci sono moltissime persone che hanno bisogno di capire e che si rivolgono spontaneamente a consublog. Il difficile è condurre la consulenza cercando di essere il meno direttivi possibile (più dice il consultante, più informazioni si hanno per capire e meno errori si compiono nelle valutazioni e nelle riflessioni e chiarificazioni proposte a chi ascolta). La consulenza filosofica si traduce in pratica in una serie di domande a carattere filosofico esistenziale e in una serie di riposte più o meno appropriate attraverso le quali il consulente si chiarisce un’idea del profilo di chi ha di fronte e di dove vuole andare e cosa deve scegliere. Il consulente però non deve mai porsi al posto del consultante, non deve decidere per lui e soprattutto non deve pensare per lui. Ascoltare e interpretare sono le vie di un metodo che porta il consultante alla scelta. Ho capito il problema e scelgo o decido come risolverlo. Ecco il consulente filosofico non risolve il problema, semplicemente lo chiarisce allargando lo sguardo a 360 gradi e andando a fondo nella questione della problematicità di esso. Non ci sono nodi irrisolti e vuoti e lati oscuri, essi devono essere tutti chiariti dal consulente al consultante in modo che lui possa poi autonomamente decidere in quale modo procedere. Il consultante puo’ anche decidere di interrompere la terapia e puo’ decidere di non scegliere. La cosa fondamentale è che anche la non scelta sia emersa consapevolmente dalla ragione del consultante senza ombre e dubbi. Il consulente filosofico non guarisce, non da speranze però è “chiaro e distinto”. Non confonde ma fornisce stimoli per ottenere risposte da se stessi. Potete partecipare al consublog all’indirizzo http://consublog.style.it
Linguaggio e uso Il senso di una proposizione (cioè la sua verità
o falsità) era data secondo il primo Wittgestein dalla corrispondenza
con un fatto, chiamato anche stato di cose. il resto era vanità
o non senso, tanto che da Wittgestein era chiamato mistico ossia l'ineffabile,
ciò di cui non si può parlare. Se prendiamo come esempio
una proposizione che, usando il mezzo blog, ci riguarda da vicino dovremmo
dire: il blog è un insieme di caratteri scritti che descrivono
un pensiero che si traduce in una pagina da leggere. Filosofia della Moda Cosa centra Hegel con la moda? Il servo ha paura della morte e si pone inerte di fronte all’essere della natura che lo sovrasta. La personal stopper è inerte di fronte alla vetrina e non può’ comprare nulla. È piegata dal carovita. Non ha paura di morire di fame, fra poco ci muore davvero. Il padrone domina il mondo e piega il servo al suo volere, il quale preferisce obbedire piuttosto che affrontare la vita e la morte. La personal shopper è piegata al potere del denaro della signora che serve. Non ha di che realizzarsi e quindi realizza i desideri di qualcun altro. Il servo produce per il suo signore e crea qc che assume una forma: un oggetto, un pranzo, un abito. Diventa artefice e il suo oggetto è indipendente da lui. Ha finalmente creato qc di suo che è frutto del suo fare e si sente realizzato perché ha messo in atto le proprie capacità formatrici. Ma la personal shopper di cosa dovrebbe sentirsi fiera? Che cosa ha realizzato? Lo stile della sua signora? Se la signora non ne ha. Se la signora la lascia fare. Se non è una mera esecutrice ma una realizzatrice di moda e stile, se il suo acquisto è libero come diventa libero il servo quando crea, libero dal prodotto di cui non gode e libero dal signore da cui si allontana avendo ora un modo suo di dominare la vita, la propria creatività. La personal shopper è creativa? In un certo senso si. Crea stili. E allora la via per rendersi davvero indipendente e realizzarsi non è restare al fianco della signora di cui ne subisce le facoltà (in termini di gusto e denaro) ma creare un’attività sua propria magari come consulente d’immagine. Moda e sport. Complementari? La moda e lo sport insieme da sempre, interinfluenzabili.
Tesi da argomentare chiarendo il significato dei termini. Si può
intendere il binomio moda e sport come l’uno il connotato dell’altro:
lo sport va di moda, in diverse epoche con diverse modalità ma
sempre. Ma non è in questo senso che qui vogliamo esplicitare
la tesi iniziale. Quello che ho intenzione di fare è comprendere
come i due ambiti, moda e sport intesi come settori sociali e di azione
nonché di mercato, siano oggi entrati sempre più in relazione
e denotino una particolare espressione del sé, quella dell’apparire.
Vorrei evidenziare come l’ambiente sport si intreccia sempre più
con l’ambiente moda in varie modalità di espressione. Lo
sport è una moda e come ogni moda diviene un fenomeno sociale.
La sua evoluzione è simile alla manifestazione di una tendenza.
Emerge la tendenza in qualche luogo, viene praticata, viene conosciuta,
viene pubblicizzata e poi diventa fenomeno di massa perdendo il connotato
di tendenza e divenendo fenomeno sociale. Prendiamo il jogging, modalità
di pratica sportiva tipica del mondo anglosassone per cause ambientali:
grandi aree verdi e clima temperato. Il jogging era un fenomeno di nicchia,
è diventato tendenza negli anni ottanta e ora è fenomeno
sociale da cui si sono sviluppate diverse varianti: il running, lo step,
l’walking. Tutto ciò ha creato interesse in vari strati
della popolazione e nel mercato, tanto che nel settore abbigliamento
si è sviluppata un’area tutta dedicata al fitness e in
specifico al jogging e alle sue varianti. La moda si intreccia allo
sport come accessorio indispensabile. Accessorio perché mettere
una tuta o un calzoncino è la stessa cosa a livello pratico,
indispensabile perché influenza la propria presentabilità
sociale e la propria identificazione con il trendy e con l’in.
Essere trendy ed essere in implicano altri connotati nel proprio esserci,
nel proprio manifestarsi. Chi è trendy, è informato e
ha disponibilità economiche o almeno lo fa credere. Chi è
in non solo è trendy, ma lo è in maniera personalizzata,
ha trasformato il trendy in stile personale. Vi faccio un esempio: Madonna
è in, Victoria Beckham è trendy. La prima inventa e personalizza,
la seconda si adegua. Questo è uno dei tanti modi in cui il binomio
moda e sport si legano. Lo sport ha influenzato in maniera pregnante
la moda tanto che tutta un’area del casual ha preso spunto dallo
sport. Tessuti sempre più leggeri, tecnologici: non si stirano,
si asciugano presto, lasciano respirare le pelle; queste esigenze, proprie
degli sportivi, sono diventate d’uso comune e hanno fatto tendenza
influenzando vari brand che hanno copiato tali idee e le hanno massificate.
Oggi tendiamo a scegliere questo tipo di abbigliamento perché
pratico e comodo ma anche perché bello. La bellezza nell’abbigliamento
sportivo è una novità degli anni 90 2000 che tutti APPREZZANO
anche gli stessi sportivi. In questo caso prima lo sport ha influenzato
la MODA poi la moda ha influenzato lo sport. Lo sportivo è spesso
trendy e si presenta tale sul campo di gara e fuori. Viene usato come
testimonial di varie marche sportive e non, perché il suo esserci
nel mondo è di moda e così il suo apparire rispecchia
la moda. Essere di moda per prestazioni sportive crea il personaggio
che diventa esso stesso fenomeno di moda. La moda inganna? Si può attribuire un carattere etico alla moda intesa come arte? La moda inganna come ingannava l’arte secondo Platone? La moda è illusione, è una coperta bella che maschera brutture di vario genere. Si può indossare un abito per nascondere una bruttura del proprio corpo e del proprio animo. “Ridi Pagliaccio” canta la famosa aria ma in realtà è un riso amaro e disperato. Il pagliaccio indossa un abito che diviene la maschera di se stesso. Anche la moda può arrivare a tanto, la prostituta indossa ogni giorno una maschera di sé e investe un ruolo che allontana dal vero sé come l’arte di Platone allontanava dal vero essere. Più semplicemente si puo’ vestire un abito a seconda dell’occasione e mascherarsi per tale occasione inscenando un altro sé. Faccio un esempio: sono ad una cena elegante e indosso un abito da sera, adatto all’occasione. Tale abito non mi rappresenta perché quotidianamente indosso jeans e sneakers però per l’occasione non potevo esimermi e mi sento fuori di me, fuori dal mio vero io tanto che tradisco l’impaccio. (l’abito copre e svela allo stesso tempo la mia reale natura). E ancora voglio sembrare ciò che non sono e quindi compro abiti firmati per manifestare uno status socioeconomico che non mi appartiene, allontano l’altro dal mio vero status (può valere l’esatto contrario e se l’altro indaga su di me presto la maschera viene svelata perché dietro l’abito non vi è la sostanza), non vi è un sé che l’abito invece illude di rappresentare a me e all’altro che mi osserva. Consapevoli di ciò, siamo liberi di ingannare ma non riveleremo il nostro vero essere a meno che non dichiariamo l’inganno. Il pagliaccio si presenta come un pagliaccio, la sua maschera è sincera e quindi nella sua essenza reale. La prostituta propone a chiare lettere il suo ruolo e può rivelare il sotteso, il nascosto del sé nel dialogo sporadico che avviene con l’altro anche scegliendo il silenzio e ponendosi in quel momento solo come corpo, come oggetto del puro piacere sessuale. Colui che si abbiglia per mascherare il proprio sé non è sincero e allora usa la moda come inganno, come arte dell’inganno; non rivela il proprio sé né tanto meno le proprie reali intenzioni: ingannare l’altro. Allora la moda in questo senso assume una valenza negativa perché vela il reale sé sotteso al reale nascosto da abiti falsi, ingannatori. Nietzsche sostiene che l’arte inganna nel momento in cui non se ne rivela il suo vero scopo e il suo vero status che è quello di interpretare il reale e di farlo alla maniera della favola. La favola, si sa, è mera narrazione, non pretende di essere vera, sa fornire un senso però e il suo status di favola è ben chiaro. Se io assumo un ruolo con un abito e dichiaro che questo è il mio abito di scena (pagliaccio) o di lavoro (prostituta) ho dichiarato il mio status e anche se esso non corrisponde al vero essere che sono io, vi è dichiaratamente un margine di verità, almeno nell’intento: dichiarare che in parte io sto mascherando e velando il mio vero essere.
Dalla moda borghese alla moda popolare Ci sono le tendenze che differenziano periodi seppur brevi di “mode” (per es. oggigiorno va di moda la berretta che ha rappresentato il rapper fino agli novanta e che ora è di tutte le classi sociali e di tutte le fasce d’età, è il classico esempio di un prodotto di nicchia che risponde ad un bisogno ed uso sociale ben preciso e che poi diventa fenomeno di moda nel momento che rappresenta una tendenza, la tendenza al giovanilismo imperante. Il secolo diciannovesimo è il secolo del borghese e la moda veste il borghese più che il nobile che rimane legato ai propri scomodi abiti e ai propri tessuti preziosi nelle occasioni cerimoniali e che si accosta invece alla moda più semplice del borghese per il quotidiano. Diciamo che se politicamente e socialmente il nobile si imborghesisce ossia non resta più chiuso nel suo mondo privilegiato ma si apre alla società e alla politica facendo concorrenza al borghese stesso che si è guadagnato tali posizioni, la moda pensata per il borghese e veste anche il nobile. Gli abiti sono più semplici hanno linee meno elaborate e sono più pratici. Tanto è vero che se si guardano i dipinti che rappresentano scene sociali dell’ottocento si fatica a distinguere la famiglia borghese da quella nobile; le due realtà si sono mischiate, la borghesia tende ad assumere usi e costumi della nobiltà e viceversa. Il secolo scorso è invece il secolo della moda popolare e alcuni capi la rappresentano in maniera assolutamente degna; essi sono il jeans e la t-shirt. Indumenti del popolo dei lavoratori sono divenuti di tutti con l’avanzare del secolo fino ad essere considerati must nell’armadio di ciascuno di noi. Alzi la mano chi non ha un paio di jeans e una maglietta nei cassettoni di casa.
Lo stile Frutto di abitudine, creato e riconosciuto, non è moda; fa la moda e ne prende solo alcuni elementi: quelli che seguono e sono consoni al gusto personale. Prescinde dalla moda, la anticipa e la crea, è un modello costante, un principio della moda. Lo stile è personale mentre la moda è sociale. Lo stile trascende la società e diviene anche modello mentre la moda rispecchia la società ed è frutto del tempo. Lo stile dura nel tempo e si riconosce anche con il passare della moda. Innanzitutto bisogna creare uno stile. Come si crea? Con l’accostamento sapiente di alcuni fattori. Per descrivere ciò userò il mio stile personale e lo stile di uno stilista noto e affermato a cui si attribuisce uno stile unico e identificabile in tutto il mondo da sempre: lo stile Armani. Partiamo dal più noto: lo stile Armani. Identificabile fin dalle prime sfilate ha alcune caratteristiche comuni che si mantengono nel tempo: le linee fluide e morbide, i tessuti pregiati, i tagli definiti, il minimalismo anche quando è ricco nei ricami e nei preziosi. Riesce a renderli sempre armoniosi e quindi perfetti. Il suo stile anticipa ogni sfilata, ogni stagione e ogni tendenza, passa attraverso le tendenze si amalgama con esse emergendo sempre in quanto identificabile e riconoscibile. Se vediamo un abito Armani, lo riconosciamo subito: il taglio è lo stesso, lineare con decolleté sempre appena accennati e abiti dritti nella parte alta e leggermente ondulati sotto. Le stoffe sempre preziose; i colori per lo più neutri e accostati al massimo a due e non di più. Il blu e il nero sono i prediletti. Ecco lo stile Armani. Qualcosa che rimane sempre uguale a se stesso pur modificandosi nell’abito alla moda. Come dire: la moda passa e lo stile resta. Il vintage è l’esempio di quanto sto affermando perché ripropone uno stile in voga negli anni ’80 ancora attuale e facilmente identificabile nell’aggettivo glamour. Glamour allora significava lusso e ricchezza e oggi significa esosità e ostentazione ma è sempre lo stesso stile ed esprime sempre lo stesso bisogno, quello del lusso posseduto negli anni 80 ed evocato e mitizzato oggi perché non esiste più. Lo stile è un modo di essere, permane e si riflette in altro: in un vestito, in un accessorio ricorrente. La moda di indossare l’orologio sopra il polsino denota uno stile (alternativo e eccentrico) che definisce chi lo ha inventato e lo ha fatto proprio. Il mio stile? Non indossare troppi gioielli: un anello o gli orecchini; una collana o un bracciale mai tutto insieme, il troppo stroppia. Il mio stile è minimale: pochi colori e pochi accessori, è stilizzato: linee diritte o geometriche. L’ho curato e affinato nel tempo, conoscendo anche la mia persona e rivelandola attraverso il mio stile. So cosa mi sta meglio e cosa no. Cosa mi dona e cosa no. Il mio stile rivela il mio modo d’essere e la mia persona. Lo stile non è l’eleganza. Non sempre l’uno implica l’altra ma non vale nemmeno per il viceversa. Una persona può esser elegante ma non avere alcuno stile. Indossa un abito preconfezionato e che le risulta addosso come posticcio. Elegante si ma posticcio. Pensate a uno smoking che è sicuramente un abito elegante ma non sta bene a tutti. Lo stile aderisce all’essere della persona e diventa tutt’uno con essa perché serve a rivelarne i tratti essenziali: caratteriali e personali. Una persona schiva non indosserà mai un paio di occhiali arancio. Una persona timida magari si per attirare l’attenzione su dì sé con qualcosa che non implichi un ulteriore sforzo emotivo. Una persona eccentrica e disinvolta avrà spesso un abbigliamento casual, una persona più rigida si sentirà a suo agio con maglione e camicia e pantaloni con la riga. Lo stile si modella in base all’essenza di ciascuno e ha connotazioni permanenti nel tempo che trascendono la caducità e la brevità di qualsiasi moda. Ognuno di noi ha uno stile: esso si vede negli atteggiamenti (nel modo di parlare e gesticolare ad es.), nell’andamento (il modo di camminare e di muoversi in genere); nel comportamento (urlo o parlo a bassa voce). Sono tutti adeguamenti dell’uomo all’ambiente che si formano da bambino e adolescente e permangono nel corso del tempo. Magari vengono smussati, limati e migliorati ma rimangono tendenzialmente a definire la nostra persona. L’abbigliamento e gli accessori aggiungono dettagli al nostro stile e lo caratterizzano e ne rimarcano i tratti estetici rendendo chiari anche quelli ontologici (l’esempio degli occhiali di prima chiarifica quanto dico: l’eccentrico con gli occhiali colorati e fluorescenti, lo schivo con gli occhiali neri o trasparenti). Avere stile però non significa costruirsi uno stile; tale definizione assume una connotazione positiva che lo stile in sé non ha; avere stile significa che si sa adeguare se stessi alla situazione in maniera impeccabile, quasi perfetta; si ha la capacità di rispondere con un ‘immagine di sé che è in conformità all’ambiente e alla situazione. Lo stile in sé che ciascuno si crea può essere adeguato all’ambiente ma anche alternativo od opposto ad esso. Andare al lavoro in banca con i jeans non rende conformi all’ambiente ma definisce uno stile proprio anticonformista. Avere stile non significa esser conformisti comunque ma sapersi distinguere in un luogo e in una situazione anche con originalità ma senza stonare. Ecco: proponendo sé nella maniera migliore possibile e trovando un equilibrio perfetto tra sé e ciò che ci circonda. Chi ha stile spicca ma non troppo; spicca per farsi notare senza arrivare a rompere l’armonia fra è sé e l’altro, fra sé e ciò che lo circonda.
La tendenza Tendenza deriva da tendere (tirare, tracciare) a qualcosa.
Nel significato letterale di tirare e tracciare vi si trova un connotato
interessante, quello del tracciato. Io, mentre faccio tendenza, traccio
una via, “disegno” uno stile. Muovo gli altri verso qualcosa
che io stesso ho ideato. La tendenza è come l’idea platonica
che funge da modello per essere copiata dagli esseri sensibili. Noi
siamo gli esseri sensibili e la tendenza è l’idea. L’idea
partecipa del nostro essere nel mondo attraverso il suo vestirci, il
suo esserci nel nostro esserci qui ed ora come luoghi di tendenza, incontri
di tendenza. La tendenza è una strada da percorrere che accomuna
per un certo tempo gli uomini di un luogo o di più luoghi. Attraverso
la globalizzazione e internet quale mezzo di diffusione di immagini
e suoni e voci la tendenza si muove secondo un percorso trasversale
e sincronizzato. La tendenza di New York è la stessa di Roma
con le varianti definite dall’ambiente. Ad esempio se a New York
è chic il cappello per gran parte dell’anno, a Roma solo
sarà solo per un mese o due per via delle differenti condizioni
climatiche e differenti usi già radicati. La tendenza non è
un qualcosa di nitido e definito, è seguire la strada tracciata
da altri per farla propria. Nel seguire tale strada si possono percorrere
tracciati che si scindono dalla linea originale e ne deviano il percorso
o semplicemente si definiscono su vie parallele. Guardiamo ad esempio
alla tendenza di gestire un blog. Il blog è un diario on line
e come tale ha creato una tendenza ma nel suo uso e stile ha subito
vari percorsi e tracciati che ne hanno fatto un fenomeno di rete massiccio
e globale. La tendenza dà una piega all’esserci nel mondo
che da il via ad altre pieghe similari. Non si sa dove finisce, la sua
teleologia è vaga e indefinita. Fragilità e moda Perché questo accostamento? Perché la moda è di per sé fragile, dura meno di una stagione, si modifica continuamente cercando di adeguarsi al gusto, alla società. Ma spesso è la società che fa la moda scartando questo e salvando quello. La moda subisce gli influssi del quotidiano e spesso cerca di tradurli in oggetto. Per usare un termine hegelo-marxista li oggettivizza; la loro durata è variabile e soggetta alle contingenze spazio-temporali che deve subire. Questo dal punto di vista della moda. Ma la riflessione può essere analizzata anche da un altro punto di vista, quello del soggetto che veste moda. Colui che indossa l’abito di moda ne ha bisogno? Lo cerca per ottenere consenso? Per essere riconosciuto nel contesto sociale? Per darsi un ruolo? Per riconoscersi in tale ruolo? La personalità non dovrebbe prescindere dall’abito indossato ed esso fare solo da corollario? Spesso si cerca l’abito per darsi un tono, per essere una persona che in realtà non si è. In questo la moda permette di identificare una fragilità, quella della persona che se ne rende schiava.
L'essenza dell'eleganza Mi sovviene spesso alla mente un tema pensando alla moda e al suo mondo, l’eleganza. Penso a quanto siano chic le donne francesi con i loro capelli raccolti e i loro tailleurs e a quanto siano eleganti le matrone meridionali con i loro decolleté ricchi ma mai troppo vistosi oppure a quanto siano austere le donne orientali ed eleganti nella loro fierezza. A quanto possa essere elegante un’ indiana d’America nella sua natura selvaggia. L’eleganza non ha a che fare con lo stile. Lo stile veste l’eleganza con un abito o un dettaglio. Ma l’eleganza si legge in un gesto, in un movimento, in uno sguardo, a come appoggi la gamba quando ti alzi dalla sedia o riponi la borsetta sul sedile posteriore dell’auto o ancora dai il cappotto al custode all’ingresso del teatro prima che inizi lo spettacolo. L’eleganza è un’arte raffinabile ma fa parte della natura umana. Uno nasce elegante, è difficile che lo diventi, potrò migliorare ma è o non è. Lo stile si costruisce e si modifica nel tempo, l’eleganza rimane perché eterna.
Filosofia della moda, Modi e mode Ci sono le mode che esprimono modi di essere dell’uomo dall’antichità ad oggi e i modi delle mode che sono espressioni di tali modi d’essere, un modo d’essere odierno tutto italiano: girare con il telefonino in tasca e l’i-pod nelle orecchie. E’ un modo di essere che è divenuto una moda, una tendenza che tocca varie generazioni: dal ragazzino che si mette I-pod nelle orecchie e se lo stacca solo per rispondere al sms, all’adulto che si mette i-opod mentre fa footing o walking e se lo toglie solo se riceve la chiamata d’affari o quella dell’amante. Modi d’essere, modi di esprimersi ma anche di omologarsi a un mercato che ci influenza, volenti o nolenti, perchè la tecnologia e l’elettronica piacciono all’italiano che in casa ha il caminetto e fuori viaggia supertecnologizzato e moderno; perchè in casa ha la suocera e fuori: due i-book, tre telefonini e quattro palmari e i-pod si diverse taglie e dimensioni. Magari da abbinare alle scarpe. Italiani, che passione!
Filosofia dello sport Un giudice soggettivo Ogni giudice lo è in quanto essere umano e persona.
Ognuno ha sopra di se la legge sovrana che però interpreta e
applica. Ognuno ha una coscienza a cui risponde. Di certo ha un compito
impopolare e difficile. In una contemporaneità dove le regole
stanno strette, anzi strettissime, dove il gioco è sfogo e divertimento,
proporsi come un sostenitore delle stesse e un suo difensore per definizione
non rende il compito facile ma necessario. Il giudice di gara fa parte
del gioco, ne è il simbolo della tutela delle regole e quindi
della sua esecuzione, della sua stessa esistenza. Non esiste gioco senza
regole e non ci sono regole senza gioco. L’obiettività
è la sua bandiera e l’integrità il suo baluardo. La bellezza passa dallo sport
L’atleta e la sua grupie Nello sport troviamo un modello del passato che si rinnova
Ho già parlato altrove del tifo. Come al solito mi concentro sul rapporto che sussiste fra atleta e il suo mondo e sulla relazione che si crea fra l’atleta e chi dialoga e interagisce con lui. Ho notato che soprattutto nel mondo del calcio e in maniera meno evidente in altri sport come il ciclismo, l’automobilismo e il motociciclismo l’atleta è seguito da un tifo particolare, quello della grupie. Rubo il termine alla musica per definire una fan che entra nella vita privata del suo eroe e stabilisce con lui un dialogo intimo che va al di là della sua presenza sul campo di gara e del suo ruolo di incitatrice. Parlo prevalentemente al femminile perché è un fenomeno, quello della grupie sportiva, che secondo me si manifesta solo in presenza di atleti maschi. La grupie è una donna ed assume alcuni stereotipi femminili duri a morire: è il bell’oggetto accanto all’idolo. Non me ne vogliano le tifose che leggeranno perché non mi riferisco a tutte le donne ma solo ad una tipologia e perché se osserveranno il mondo che frequentan , si renderanno conto che questo che descrivo è un fenomeno in evoluzione e presente nei luoghi sportivi. In evoluzione perché la grupie è spesso ora come allora una testa pensante, non solo un oggetto e usa sé come oggetto piuttosto perciò la grupie non solo si organizza ma segue e programma la propria attività di fan divenendo essa stessa fenomeno di moda accanto a chi è oggetto di comunicazione: l’atleta. In evoluzione perché la grupie da spettatrice passiva assume spesso il ruolo di consulente e compagna dell’atleta a lei vicino. Perché si verifica il fenomeno grupie-atleta? Quali
connotati evidenzia tale relazione? Proviamo a rifletterci. Innanzi
tutto la grupie e non le grupie: una sola persona segue accanitamente
il suo eroe e spesso condivide con lui vita pubblica e privata. Può
essere una fan che poi approfondisce la relazione al di là del
campo di gara o una persona conosciuta privatamente che diviene la prima
fan dell’atleta, colei che ne condivide gioie e dolori in campo
e fuori. Poterebbe essere semplicemente la sua compagna di vita e spesso
ciò accade. Ma la grupie nasce con altre esigenze che accompagnano
sia lei che colui che gode delle sue attenzioni. La grupie vede nell’atleta
l’oggetto del desiderio; l’eroe che vince in battaglia e
la fa sognare. La componente erotica di questo rapporto è molto
forte e sicuramente molto piacevole per entrambi: lei si identifica
nell’eroe vincente, lui ha il suo trofeo da esibire. La grupie
diviene essa stessa oggetto del desiderio dell’atleta che con
lei stabilisce un dialogo prevalentemente corporeo; esso si basa sugli
sguardi e le intese sul campo di gara e sul contatto fisico fuori dal
campo. Ciò non esclude una relazione più stabile e meno
carnale ma il tutto parte dal corpo. Il senso del possesso prevalentemente
maschile viene sfogato dall’atleta grazie al possesso della grupie,
essa incarna nello stesso tempo la donna oggetto, ideale maschile, la
donna trofeo. D’altra parte la grupie sportiva ama il suo eroe,
lo apprezza proprio perché modello vincente, anch’esso,
se vogliamo, da esibire come trofeo e il gioco delle parti si inverte:
tu sei il mio oggetto e io sono fiera e godo delle tue prestazioni che
io non riesco a raggiungere non voglio raggiungere, le vivo attraverso
il tuo gesto atletico che diviene eroico e quindi da mitizzare e esaltare.
Tu godi della mi bella presenza e te ne vanti quasi io fossi una continuazione
della vittoria che dal capo si porta fuori campo. Se la relazione fra
i due si stabilizza e il dialogo si approfondisce il ruolo di grupie
è terminato e lei diventa la donna del campione. L'educazione passa dallo sport Questo post apparirà su entrambi i miei blog di
Google perché credo fermamente nel valore educativo dello sport.
Lo sport educa la mente attraverso il corpo. Gli antichi, greci e romani,
avevano talmente chiaro il concetto da renderlo parte integrante dell'educazione
del fanciullo fin dalla tenera età. Platone, il più astratto
dei filosofi, apprezzava lo sport quanto la matematica e nell'educazione
del futuro governante non c'era solo la filosofia ma c'era l'attività
fisica. Noi contemporanei, dopo anni di vita sedentaria nelle nostre
poltrone d'ufficio, riscopriamo il valore dell'attività sportiva
e sembra che anche il Governo, oramai decaduto, ne abbia appreso l'importanza
permettendo (nella finanziaria è previsto) di detrarre dalle
tasse una percentuale per le attività sportive dei propri figli. La sconfitta Tappa obbligata nel percorso di un atleta, la sconfitta
forma. Come ogni esperienza ha il suo valore formativo a patto che la
si valuti con il giusto peso e la giusta misura. Nel dialogo io-tu la
sconfitta diventa protagonista e diventa il tu. Uno spauracchio da superare
e ridurre alla memoria dell’io. Un fantasma che pesa sulla coscienza
dell’atleta perché comunque è portatrice di elementi
negativi sia per il prestigio sia per la carriera sia per l’auto
stima dell’atleta. La sconfitta è come un mostro dalle
mille teste e dalle innumerevoli sfumature. Implica differenti riflessioni
su di sé, sul rapporto con il proprio io (sia mente sia corpo).
Deve essere accettata dall’atleta, interiorizzata come parte del
sé per attribuirle il giusto valore e per assumerla come esperienza
di crescita e non semplicemente come fallimento. La sconfitta non è
solo un fallimento, è un passaggio, è un’occasione
per riflettere si di sé: sulle proprie aspettative, sui propri
obiettivi e sui propri errori. Il feedback della sconfitta ricade primieramente
sul corpo. Il corpo sconfitto si sente sfiancato, debilitato, distrutto,
annientato. Il peso del fallimento lo tocca facendo emergere tutta la
stanchezza e l’inutilità degli sforzi compiuti. Nel dialogo
io- tu non bisogna lasciare alla sconfitta il predominio né lasciare
che il corpo prenda il sopravvento sulla mente. Bisogna digerire, fagocitare
il momento di sconforto e passare oltre. Il passare oltre implica una
grande riflessione su quanto avvenuto. Non si può dimenticare
e basta. La sconfitta non sarebbe accettata e di conseguenza non sarebbe
interiorizzata nel modo corretto. Bisogna comprendere i motivi che l’
hanno provocata ed accettarli come momento di crescita e di accettazione
del sé in quanto fallibile. L’abbiamo già più
volte ribadito, l’atleta non è un Dio e pertanto fallisce
come ogni essere imperfetto. La sconfitta può essere causata
da diversi fattori: la sfortuna, l’assenza di preparazione, un
infortunio non previsto, un incidente sul campo, una preparazione inadeguata,
uno scarso convincimento delle proprie abilità. Qualsiasi sia
il motivo della sconfitta, esso deve essere individuato e accettato
dall’io che lo usa come modello negativo, da non ripetere. E’
una riflessione su di sé e sulle proprie abilità che deve
essere fatta considerando anche tutte le circostanze che attenuano la
colpa. Ma la sconfitta implica un’assunzione di responsabilità
e tale assunzione implica una presa di coscienza dell’errore compiuto,
perché la sconfitta è conseguenza di errori. Tali errori
possono essere in parte indipendenti dall’atleta o dalla squadra
e la fortuna sicuramente ha la sua parte. Ma la sconfitta ha una causa
o più cause e alcune di esse risalgono all’io e al suo
rapporto con sé e con il proprio corpo. La domanda più
plausibile che ci si deve porre è: Dove ho mancato, dove non
ho sentito il mio corpo? Dove l’ho perso per strada, dove sono
caduto nel controllo del corpo da parte della mia mente? Trovando risposte
a queste domande la sconfitta assumerà il reale valore per la
quale essa guadagna il connotato di esperienza e diventa davvero L'essenza dell'invidia La religione cattolica pone l'invidia fra i sette
peccati capitali, ed esso è forse il più antipatico di
tutti. Se proviamo un po' di compassione verso i pigri, quando pigri
non siamo, verso i lussuriosi, è un peccato latente in ogni essere
umano, verso i golosi, a chi non piace la cioccolata o il gelato, per
l'invidia non proviamo pietà perché tra i peccati capitali
è quello che coinvolge di più l'altro in quanto oggetto
dell'invida è sempre un'altra persona migliore di quella che
invidia. La persona invidiata, spesso ignara di questo sentimento nei
propri confronti, è amica o benevola verso l'invidioso, gli ha
dato consigli, gli ha offerto la propria amicizia, ma l'invidioso che
è anche subdolo si finge amico per carpire segreti e debolezze
e sfruttarle poi per sferrare un attacco di vendetta che si può
protrarre nel tempo anche molto lontano rispetto magari a un torto subito
o che si pensa (è più vera la seconda ipotesi) di aver
subito. L'invidioso, essendo un essere inferiore, è cattivo,
della cattiveria propria dei vili, non della cattiveria intelligente
dei folli che fanno danni totali ma sempre con un disegno razionale
degno di lode. No, è una cattiveria stupida, voluta solo per
ferire che però se viene scoperta rende l'invidioso oltre che
vile anche disprezzabile agli occhi dei più che lo denoteranno
proprio di quelle accezioni che egli vuole evitare e lo renderanno ancora
più meschino esaltando l'invidiato. Ecco che l'invidioso ottiene
qualche volta che le sue cattiverie diventino un boomerang. Il consiglio
che diamo all'invidioso è : non invidiare e se proprio non ci
riesci , cerca di ferire l'altro con maggiore intelligenza in modo da
non farti scoprire per quel che sei ossia un mero vigliacco e ipocrita.
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